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lunedì, 29 giugno 2009




Allora Bulgaria, credendosi un poeta, dice: “Ci vorrebbe del ghiaccio nei bicchieri”.
“Ci vorrebbe una birra” dico io.
“Birra non ce n’è, accontentati del vino” replica Bulgaria. "E’ un buon vino, è della signora Speranzina” .
“E chi sarebbe?”
“Un’amica di mia nonna, ha le vigne sulla collina. L’ho aiutata a compilare la dichiarazione dei redditi”.
Polanca, che per tutto il tempo è rimasto in silenzio, concentrato a staccarsi una pellicina, dice:
“Gli uomini si fanno troppe domande.”
Bulgaria lo guarda e punta gli angoli della bocca all’ingiù. Poi apre il rubinetto e riempie due bicchieri di plastica.
“Che fai?” gli chiedo.
“Il ghiaccio.”
Si avvicina al frigo, apre lo sportello della ghiacciaia e comincia a tirare fuori buste di minestrone e sacchetti di legumi surgelati.
“Sei impazzito, così si rovineranno!”
“Li butto, tanto mamma non se ne accorgerà. Oppure le dirò che li ho cucinati”.
“Ma no, è un peccato, lascia stare. Il vino ce lo beviamo così com’è.”
“Lascialo fare” dice Polanca, smettendo per un secondo di succhiarsi il pollice.
“Ma non faresti prima a chiedere un po’ di ghiaccio ai vicini? ”
“Li odio i vicini, non fanno altro che cucinare cavolfiore.”
“Vabbè, allora aspettiamo, fra due o tre ore potremo assaggiare questo nettare della signora Smeraldina”.
“Speranzina” puntualizza pigramente Polanca, senza sollevare lo sguardo..
“Non è necessario aspettare il ghiaccio” dice Bulgaria, un po’ stizzito. “Useremo l’acqua quando è abbastanza fredda.”
“Allora, tanto vale che tu ci metta il vino nel surgelatore.”
“Uh, non ci avevo pensato. Qualche volta dici delle cose sensate.”
Riapre lo sportellino e per fare spazio al fiasco tira fuori altri sacchetti. In uno c’è scritto “fagiolini bolliti”.
“Vuoi buttare anche quelli?”
“Vuoi che te li riscaldi?”
“No, è da un mese che non mangio altro che fagiolini, mia madre è fissata”.
“Ecco, allora stai zitto. Piuttosto dammi una mano a buttare questa roba.”.
“In che senso?”
“Nel quartiere è cominciata la raccolta differenziata, dobbiamo separare l’umido dalla plastica.”
“E che ci vuole?”
“Attenzione, scrupolo. Questo ci vuole. Bisogna capire se queste buste vanno nella plastica o nel secco non riciclabile, per esempio. E i lacci che legano le buste, quelli dove vanno?”
“Se è spago va nell’umido, è materiale organico.”
“Che ne sai di cosa ci mettono.”
“E’ lino. Forse canapa, tutta roba naturale.”
“Di naturale qui c’è solo il minestrone di mamma, è fatto con le verdure dell’orto.”
“Sa lastima.”
“E comunque anche certe cose naturali io le butto nel secco. I peli e le unghie, per esempio, mi fa schifo metterle nell’umido.”.
Polanca, a quel punto, si alza e comincia a camminare avanti e indietro per la cucina, trascinando la sua gamba malata. Poi, a un tratto, si ferma e ci guarda con aria pietosa: “A voi due i dialoghi di Platone vi fanno una pippa, vi fanno. Lo sapevo che dovevo starmene a casa.”
Non rispondiamo, anche se io mi sento un po’ contrariato dalla sua osservazione.
Bulgaria, anche lui silenzioso, continua a pestare coi piedi i sacchetti di verdure. Poi si interrompe e si porta l’indice al naso: “Ssssh, silenzio!”
“Cosa c’è?”
“Silenzio, ho bisogno di silenzio. Erano anni che non sentivo parlare un intellettuale. Queste parole vanno meditate con calma, ci vuole un certo raccoglimento”.
“E questo raccoglimento, Bulgarì, come lo differenzi?
“Nell’umido, Polà. Ogni volta che parli, io mi commuovo, mi viene da piangere.”
Fingendo di asciugarsi le lacrime, Bulgaria torna al frigorifero. Prende il fiasco: “E’ fresco.”
Riempie tre bicchieri. Beviamo, senza più parlare per almeno cinque minuti.
Poi Polanca dice: “La carta moschicida. Dove la butti la carta moschicida con le mosche attaccate? Forse bisogna staccare le mosche ad una ad una.”

postato da: birambai alle ore 12:22 | link | commenti (5)
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giovedì, 25 giugno 2009

I have a "drin"

Nel senso di "squillo".

postato da: birambai alle ore 17:07 | link | commenti (8)
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sabato, 20 giugno 2009

Povero Fede, diranno che la colpa è tutta sua. Sua e della sua corrente culturale, il meteorinismo.
Perché a oscurare l'immagine del cavaliere, adesso, ci si mettono pure loro, le meteorine. Oscurare, scureggiare. Quella luce. Luce della mia vita, fuoco dei miei lombi.

Poi c'è chi imbroglia le carte. Quel demonio di D'Alema, per esempio. Sapeva tutto, ha sempre saputo tutto, fin dalla tenera età, fin da quando poppava. La tiratura del Piccolo.
Non parlar di poppa in casa del velista.
Sono altre poppe, signora mia.
Papi pappa, puppe pupe. popipopi.
E la mia torpedo blù.
Papi.
Papi?
Già. Vesvovi contro papi.
Parla chiaro.
Sol dell'Avvenire?
Anche del presente.
Bisogna sperare nell'Avvenire.
L'Avvenire di ieri.
L'avvenire di ieri non si dice.
Leggi, leggi. Chiedono al sommo di rispondere.
E lui?
Ha detto che è una grande spazzatura, che NO, lui non ha niente da chiarire.
Addirvi, una parola: IL GRAN RIFIUTO. Altro giro, altri papi.
La grande spazzatura.

Ma che c'entra D'alema?
C'entra c'entra. E' un perfetto giocatore di poker, non c'è buio che tenga, per lui.
Aveva l'asso nascosto nella manica?
No, una Q. La donna di bari.
Aveva tutto previsto. Anche la doppia coppia. Lario-Franceschini. D'Addario-Franceschini.
Ci sono secondi fini?
Non si parla di fini.
E hai visto il Manifesto di oggi?
"Non gliela danno"
A me la dà.
Eeeh?
O, niente, palindromite.
Punto.
postato da: birambai alle ore 12:40 | link | commenti (3)
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giovedì, 11 giugno 2009

postato da: birambai alle ore 18:56 | link | commenti (3)
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mercoledì, 10 giugno 2009



i cibi libici: sarà cena



Per tre sere le tende perfette, vedrete.
Nell’erbe.
E stellette e cene e feste.
Gente “perbene”, scene melense.
Per tessere le stesse, tremende, tele segrete: espellere.

Che belvedere, eh? Che merde!



Finiti i ciclici dissidi? I litigi, i difficili lidi, i vicini missili?
Sì. Ministri, militi:  ci si inchini, in siti libici!
Visi tipici di viscidi big, simili.
Visibili intrighi di sbirri: gli incivili, cinici rinvii. Di vinti.

Gli schifi.
Si fischi, si gridi! Ci si ritiri.
postato da: birambai alle ore 18:36 | link | commenti (7)
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martedì, 02 giugno 2009

Oh bella, dovevo scrivere qualcosa, ma non mi veniva in mente proprio nulla. C’erano solo alcune parole che mi si presentavano davanti come se volessero fare un provino, ma erano tutte poco attraenti. Fra queste c’erano “attaccapanni” e “scalpicciare”. Sembrava mi volessero ingannare con tutte quelle sillabe e le doppie siliconate. “Le faremo sapere”, dissi a scalpicciare. “Lasci pure il book e il suo telefono in segreteria” proposi all’altra. Ma in cuor mio sapevo che non mi avevano per niente impressionato. La mia creatività se ne stava andando a puttane.
Allora chiamai Polanca:
“Devo per forza scrivere qualcosa.”
“Fai le aste, è meglio.”
“Non scherzare, lo sai che se non scrivo qualcosa divento malinconico.”
A quel punto Polanca cominciò a tossire e non la smetteva più.
“Che ti succede?”
“Mi è entrata una mosca in bocca. Proprio mentre pensavo a un argomento che potresti affrontare. Stavo pensando a una cosa che attira le mosche, da non credere.”
“Polà, vai al diavolo! Tutte le volte che parlo seriamente, tu confondi tutto…mescoli tutto.”
“Pronto…pronto, ma lei è il piccolo principe! Mi scusi l’avevo scambiata per il mio amico.”
“No, nessuno scambio, Polà, viviamo davvero su pianeti diversi.”
A quel punto Polanca fece un silenzio di qualche secondo, come se stesse pensando.
“Ecco, ho trovato. Scambio, la parola di oggi è scambio. Dovresti scrivere una storia sullo scambio.”
“Di coppia?”
“No, è banale, anche se in un certo senso...”
“Di figurine?”
“Di mele.”
“Adamo ed Eva?”
“No. Della signora Scafarelli, quella che abita al quarto piano.”
“Non mi vorrai dire che la signora Scafarelli è una porca?”
“Macché. Tutte le volte che fa sesso con la finestra aperta, la sento che sbuffa per il caldo e non fa altro che ripetere al marito: “ ajò, fattu c’asa? Hai finito, hai finito?”
“E allora?”
“Di quella volta che si era fissata con le torte di mele. Ne faceva una al giorno. Aveva letto in una rivista di cucina che le torte di mele fanno bene agli alcolisti e così costringeva il marito a mangiare quintali di quel dolce molliccio. Tutte le mattine andava dal fruttarolo e comprava tre chili di renette. Poi la sera cominciava a impastare e affettare. Qualche volta esagerava con le dosi e gliene venivano due e anche tre. Il signor Marietto non sapeva più che fare, alla terza fetta gli venivano i conati di vomito, e una volta che aveva provato a sotterrarne un pezzo dentro un vaso, lei lo aveva scoperto e lo aveva colpito con un calcio in pancia. Alla terza settimana di quella dieta ipercalorica, il signor Marietto pensò che doveva escogitare qualcosa. Così, mentre la signora Scafarelli andava a fare la sua pennichella pomeridiana, Marietto andava in cucina e riduceva la quantità di mele. Qualcuna se la mangiava: “Meglio le mele che la torta di mele”, pensava. Un paio le buttava dalla finestra, tanto a quell’ora non passava nessuno, in Via Calatafimi. Poi si faceva un cicchetto di grappa e nascondeva la bottiglia dentro l’imbottitura di una poltrona.
“E’ strano” disse la signora, dopo qualche giorno, “queste mele rendono sempre di meno. Devo protestare con il fruttivendolo.”
“Ma va bene così!” provò a dire Marietto, con una voce da console.
“Non va bene affatto!” replicò seccamente, la moglie. “Devi mangiarne almeno sette o nove fette al giorno.”
“Ma così morirò!”
“ Così guarirai.”
Poi guardò il marito con aria sospettosa, mentre lui fissava il portafrutta e sembrava che contasse quanti pomi erano rimasti.
Il giorno appresso, dopo che Marietto era andato a comprare il giornale, la signora pensò allo scambio. “Così vediamo chi è più furbo” disse, con un sorriso alla Bondi. E mentre lo diceva, sostituì le mele vere con altrettante mele di legno colorato, di quelle che le avevano regalato le figlie per un compleanno.
“Bene, io vado a dormire”, disse, alla solita ora del pomeriggio.
“Vai, vai pure, tesoro, io mi leggo il giornale.”
“Svegliami alle quattro, stasera devo impastare un po’ prima.”
“Va bene, come vuoi tu, tesoro.”
Più tardi fu svegliata da un trambusto. Bussavano alla porta e fuori nel pianerottolo si sentiva gente che urlava. Allora si alzò e andò ad aprire.
“Sono l’appuntato Grandoni, signora. Suo marito è in casa?”
“Sì, che è successo”
“Guardi qui.”
C’era un bambino con un ferita in testa. La mamma, la signora Prunetti, urlava, isterica, mostrando una mela di legno: “Lo voleva uccidere, maledetto ubriacone, lo voleva uccidere!”
“Pensi a quel debosciato di suo marito piuttosto!”
Marietto, in tutto quel pandemonio, era sparito.
“Marietto, Marietto, ti cercano.”
Niente, Marietto non rispondeva. Allora la signora Scafarelli andò a cercarlo per tutta la casa. Lo trovò nella stanza degli ospiti, sdraiato su un tappeto di pelo di bue.
“Che fai?”
“Ho mal di denti” rispose, tenendo la mano sinistra davanti alla bocca. Vicino a lui una mela finta cominciò a rotolare sul pavimento.
“Che hai combinato?
“Non lo fo” disse.
“Non lo fai, cosa?”
“Non fo cova e fuffeffo.”
La esse di Marietto sfiatava da tutte le parti. I suoi incisivi, quelli che il dentista gli aveva piazzato qualche mese prima, non opponevano resistenza all’aria. Anziché stare al loro posto, erano ora ben stretti nella mano destra di Marietto.

postato da: birambai alle ore 13:22 | link | commenti (12)
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martedì, 05 maggio 2009

Se scrivi cose che non si capiscono è meglio che non scrivi. Carletto Bingia, che era un vero concionatore, ripeteva spesso questa sentenza. Lo diceva a tutti. Un giorno lo disse al macellaio, Antonino Pettorra. Glielo disse mentre quest'ultimo cercava di spaccare l’osso di una bistecca a colpi d’accetta. C'era un tale fracasso che le parole si persero fra i quarti di maiale.
“Non ho capito” disse Antonino,  fermando la sua azione squartatoria fracassona.
“Vorrei anche un pezzo di quel sottospalla”, replicò Bingia, ignorando totalmente il macellaio.
“Questo non è sottospalla, è lombata.”
“So riconoscere la lombata, per chi mi hai preso?”
“Signor Bingia, le assicuro che è proprio lombata.”
“Allora tieniti anche le tue stupide bistecche.”
E se ne andò, lasciando il macellaio con un palmo di naso.
Un’altra volta, nel bel mezzo di una mattina serena di Maggio, incontrò al parco un professore di matematica in pensione. E sentenziò.
Quello voltandosi disse: “Ma io non scrivo proprio un bel niente!”
“Ci manca solo che anche i professori di matematica si mettano a scrivere.”
“Perché, cosa ha da dire dei professori di matematica?”
“Sono tutti dei cretini, ecco cosa sono. Pensano che i numeri siano Dio.”
“Io non lo penso menomamente. E dianzi ero in chiesa, per sua informazione.”
“Menomamente, dianzi. Allora lei è anche più cretino degli altri professori di tutto il globo.”
A quel punto il professore assestò un colpo d’ombrello sulla nuca del Bingia il quale cadde a terra come paralizzato. Mentre era lì, immobile, con una guancia sull’erba fresca del giardino, Carletto Bingia pensò che le pecore passano quasi tutto il tempo con le labbra a contatto con l’erba fresca.
“Le pecore non scrivono poesie sui prati!” Concionò così, sollevandosi lentamente. Poi si massaggiò il collo e se ne tornò a casa sua. Più tardi, mentre guardava il telegiornale, ebbe voglia di una bistecca.
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lunedì, 04 maggio 2009

Dio è morto, Marx è morto
il matrimonio pure,
Fede piange, un papà si dà fuoco, il pil cala, la Juve è in crisi, la sinistra dov'è, quando finisce un amore, l'estate sta finendo, e la chiamano estate...
e anche questo blog non si sente tanto bene.
postato da: birambai alle ore 20:38 | link | commenti (8)
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giovedì, 30 aprile 2009

- E' il giorno della Rossa Vittoria.
- Compaaagniavantilgranpartiiito...
- Cosa canti, cretino?
- ...noi sià/
- Vittoria Michela.

- Ah. Beh.
- E' ben vestita.
- E non puzza.
- E' laureata.

- In lettere?
- Che ne so?

- Posso acquistare una consonante?
- No.
- Una letterina, diobòn.
- Ho detto no.

- Allora cambio.
- Che cosa.
- Una letterina.

- Non ce n'è più.
- Una, almeno una.
- Vabbè, dammi la soluzione.
- Lario Franceschini.



-
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lunedì, 27 aprile 2009

Ho il cervello tutto rattrappito non riesco ad articolare due concetti di fila. Le uniche cose che riesco a pensare sono: forse devo mettere delle calze più grosse, la primavera non arriva, l’influenza del maiale su quel porco di…
A questo punto vengo interrotto da un’idea: posso fare un comizio. Metto una sedia sopra un’altra sedia. Poi aggiungo una scatola di cartone. Ho la mia tribuna.
Appoggio le mani ai lati e guardando in avanti faccio coft coft con la gola per schiarirmi la voce.
Amici, concittadini, voi tutti che siete convenuti a questa assise. No, assise non va bene, devo ricominciare.
“Amici, concittadini”.
“Questo l’hai già detto”, esclama un tipo seduto nella quarta fila, “taglia corto!”
“Non è vero, l’avevo solo pensato, possiamo guardare la registrazione.”
“Basta, vogliamo la pacificazione” grida uno, dall’ultima fila.
“La convergenza” aggiunge un altro.
Una vecchietta batte le mani per la felicità. Per fare questo deve lasciare per qualche secondo il guinzaglio di una cagnetta. La cagnetta scappa via e attraversa la sala. Appeso al collo ha un cartello dove c’è scritto viva la libertà. “Evviva! Evviva!” Si alzano tutti in piedi. Adesso è un applauso scrosciante, un tripudio collettivo.
“Amici, concittadini, prestatemi orecchio.”
“Non siamo romani!”
“Basta!”
“Roma ladrona!”
“Vattela a pijà ‘nder culo!

Allora prendo a strizzare gli occhi e ricomincio col coft coft per cercare di formulare la frase più intelligente del mondo. Ma anziché due volte coft, faccio coft quattro volte e così mi viene un accesso di tosse che non riesco più a bloccare e mi devono portare al pronto soccorso.
“Lei deve mettere delle calze più grosse” mi dicono.
“Cosa c’entrano le calze?”
Quello mi guarda e senza dire niente sputa per terra. Un’infermiera che traffica fra le fiale e le siringhe dice: “Non c’è più religione.”
Intanto continua a piovere.
postato da: birambai alle ore 17:42 | link | commenti (5)
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lunedì, 20 aprile 2009




Ed ecco quanto accadde a Bartolomeo Branchitta una mattina di Marzo di dieci anni fa.
Prima di uscire per recarsi al lavoro, Bartolomeo guardò il cielo dalla finestra: “E’ un po’ nuvoloso” disse, “meglio prendere l’ombrello.”
Uscì, con in mano l’ombrello.
Dopo che ebbe fatto cinquanta metri, sentì sulla punta del naso la prima goccia di pioggia. Poi, per altri venti metri e più,  non sentì nulla. Ma dall’ottantesimo metro avvertì nuovamente qualche goccia che veniva giù. Una lo colpì sul mento, un'altra dietro l'orecchio sinistro.
Ecco, lo sapevo. Ho fatto proprio bene.
Si fermò sui propri passi e si apprestò ad aprire l’ombrello. In quel momento era tutto soddisfatto per la sua scelta previdente. Ma quando la raggiera finì la corsa nell’asta verticale, si accorse che una stecca era fuoruscita dall’incastro e la stoffa non aveva assunto la forma di cupola tipica degli ombrelli.
Oh, disdetta, un ombrello così nuovo!
Allora valutò meglio la situazione e decise di riparare il guasto. “Non posso camminare per strada con un parapioggia tutto sbilenco.”.
Lo disse con disappunto e per la prima volta, dopo che per almeno cinque volte aveva pensato “ombrello”, disse “parapioggia”.
Il giorno dopo, certamente, sarebbe andato a protestare al negozio che glielo aveva venduto, ma per il momento era urgente riaggiustarlo, ne andava della sua reputazione. Così, cercò di rimettere a posto la stecca.
Non era così facile, quella faceva resistenza.  Allora provò a chiudere l'ombrello a metà, poi per tre quarti, sempre cercando di piegare la stecca per accomodarla nell'incastro.
Vi riuscì dopo innumerevoli tentativi. Intanto però aveva cominciato a piovere forte e il suo impermeabile era ormai bagnato sulle spalle e i suoi capelli completamente fradici. Tuttavia, contento per la sistemata che aveva dato all’ombrello, si rimise in marcia di buon grado.
Dietro la svolta di Via Crabbellini, incontrò un passante che lo guardò a lungo senza salutarlo.
“Perché mi guarda così?” si chiese Bartolomeo, aggrottando le sopracciglia come ogni uomo che si pone un interrogativo. “Forse pensa che io sia pazzo.” “Ma guarda! Pensa che sia pazzo perché mi vede bagnato pur avendo io l’ombrello.”.
“Forse è meglio che lo chiuda” pensò, “tanto ormai sono zuppo. Così la gente smette di farsi strane domande”. Lo chiuse e accelerò il passo. Pioveva sempre più intensamente.
Poco dopo incontrò una vecchia signora che andava in direzione opposta alla sua. Quando gli fu vicino, lo squadrò da capo a piedi. Poi scosse la testa come se volesse compatirlo.
Bartolomeo pensò: “Cosa vuole questa vecchia rincoglionita? E perché non se ne sta a casa, a quest’ora del mattino, con questo temporale?”
Tre passi più avanti pensò: “Mi ha guardato in modo strano. Anche lei pensa che io sia pazzo. Lei crede che io sia pazzo perché tengo l’ombrello chiuso, sotto questo diluvio.
Allora pensò di riaprirlo. Ma subito ci ripensò. E affrettò ancora di più la sua camminata. Ora quasi correva.
Arrivato in Via Starallani, quella strada che l’amministrazione comunale aveva deciso di riportare ai vecchi fasti, si accorse che i lastroni di pietra erano molto scivolosi. Perciò decise di camminare un po’ più lentamente.
Ma non così piano, arriverò tardi in ufficio.
In questa sua indecisione, modificò più volte la sua andatura. Poi ebbe la sensazione che qualcuno lo stesse osservando da una finestra di un palazzo. Sì voltò di scatto per sorprendere la spia.
 Il movimento fu troppo brusco e Bartolomeo Branchitta perse l’equilibrio e cadde rovinosamente. Nella caduta cercò di tenere l’ombrello più in alto che potè, irrigidendo il braccio: “Altrimenti quel farabutto di Mannari dirà che l’ho rovinato io.” Mannari era il commerciante che gli aveva venduto l'ombrello.
Si ruppe l'altro braccio e una spalla.
Mentre lo portavano all’ospedale, il cielo si schiarì. Bartolomeo, sull’ambulanza, nonostante le rassicurazioni di un’infermiera, stringeva l’ombrello con la mano destra, quella sana.
postato da: birambai alle ore 18:10 | link | commenti (8)
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Certe volte mi sento un cavallo da corsa, certe altre un carramerda. Mai, però, un carramerda con la sella.
Vabbè, era tanto per dire qualcosa.

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postato da: birambai alle ore 12:49 | link | commenti (4)
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venerdì, 17 aprile 2009

Di quella volta che Bulgaria tornò a casa molto stanco dopo una dura giornata di lavoro. Aveva lavorato tutto il giorno a formare covoni di fieno alti tre metri.
Era sudato e sporco di polvere di fieno. In più, molti aghi di fieno gli si erano infilati nei pantaloni. Per questo era anche un po’ nervoso. Sua madre disse: “Vuoi che ti prepari la cena?”
Ma Bulgaria non rispose e corse subito in bagno per farsi una doccia. Sotto il getto dell’acqua fresca, pensò che l’uomo non può vivere senza l’acqua. Pensò anche che il fieno è bastardo, quando ti sembra di averlo raccolto tutto ce n’è sempre ancora un po’ che prima non avevi visto. Poi fece una riflessione senza molta importanza su un tatuaggio che Gianmarco Pilosu, il suo compagno di lavoro, aveva sull’avambraccio destro. “E’ una rosa, a me le rose non piacciono” pensò.
Quando uscì dalla doccia vide il gatto che se ne stava accoccolato in un angolo del divano.
“Bella la vita eh!” disse Bulgaria.
Il gatto, sollevando la testa, guardò Bulgaria nello stesso modo in cui poteva guardare una patata lessa. Si sa che ai gatti le patate non piacciono, ma in quello sguardo c’era anche un menefreghismo che a Bulgaria fece girare le scatole. “Sei il gatto più fesso che abbia mai conosciuto, uno di questi giorni ti cospargo di gasolio” disse. Il gatto non aprì neanche gli occhi.
In cucina Bulgaria trovò la mamma che stava riscaldando una minestra fatta con la ricotta salata.
“E’ la ricotta salata più buona di tutto il vicinato, l’ha fatta Cosimino Broso.”
Bulgaria aprì il frigo e prese una bottiglia di birra che aveva aperto la sera prima. Anche se ci aveva messo il cucchiaino a mo’ di tappo, era completamente svanita. Allora, senza neanche pensarci, se ne andò in camera sua e si coricò. Sentiva la madre che urlava: “ Ma non vieni a mangiare? Vieni, la minestra con la ricotta salata è buona soltanto quando è calda.”
Ma ormai Bulgaria era tutto preso dalla lettura di una rivista dove si parlava delle grandi opere architettoniche dell’Impero Romano. Più tardi, prima di addormentarsi, provò a disegnarsi sul petto il corpo di una donna nuda vista da dietro. “Questa penna ha la punta troppo grossa” pensò, “solo quei maledetti aghi di fieno sono così fini.”
postato da: birambai alle ore 13:36 | link | commenti (5)
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mercoledì, 15 aprile 2009

-Santoro dovrà riparare
-Ma perché ha ingravidato qualcuna?
-No, su Annozero...
-Si chiamerà annoquattro.
-Gasparri ha proposto annoduecentosettantasettemilaquattrocentoquarantaquattrovirgolaventisette.
-E Vespa, allora?
-Vespa deve fare una puntata su Papa Urbano Quinto, Callisto Terzo , Adeodato Secondo e Bonifacio Primo. Per equilibrare.
-Equilibrare che?
-Boh, equilibrare. Poi altre centoventinove puntate su Cogne. Poi deve piangere un po' di più e fare un plastico listato a lutto.
-Sempre per equilibrare.
-Sì.
-Tipo lodo.
-Sì.
-E Fede?
-No, Fede è già equilibrato.









-
postato da: birambai alle ore 17:36 | link | commenti (2)
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martedì, 14 aprile 2009




Le unghie mi crescono in fretta. Le avevo tagliate qualche giorno fa e ora me le ritrovo di nuovo lunghe. Le unghie sono come i pensieri inutili, quelli che si presentano all’improvviso, inaspettati, mentre ascolti che questo tempo è grande.
Il cervello non smette di darti buoni consigli.
Lascia stare, ti dice, guarda che bella giornata è oggi, perché non te ne vai a prendere un poco di sole a guardare le ragazze che passano vicino al mare.

“Chi sei?”
“Sono uno straniero capitato qui per caso.”
“E cosa guardi?”
“Una barretta che pulsa su uno schermo, affianco all’ultima parola.”
“Non ti annoi?”
“Sì, ma non riesco a vedere nient’altro.”
“A cosa pensi?”
“Alla barretta. E’ un cuore che batte.”

“Se vuoi aspettiamo il raggio verde.”
“Insieme?”
“Sì, mi piace questa panchina. E anche tu mi piaci.”
“Dobbiamo stare in silenzio, dobbiamo solo guardare.”
“Abbiamo qualche minuto. Prima che il sole diventi rosso possiamo dire qualcosa.”
“C’è sempre qualcosa che accade aldilà delle parole.”
“Ci sono cose che accadono e si estinguono nello stesso istante.”

E’ primavera, ora le ragazze fanno come le lucertole, se ne stanno al sole.

“ Mi crescono le unghie.”

E anche tu dovresti uscire, andare in posti all’aria aperta, respirare un po’.

“Non è quello che dici che conta. E’ come lo dici.”
“Non è quello che aspetti che conta. E’ come lo aspetti.”
“Cosa vorresti dire?”
“Niente, non voglio dire niente.”

Ce n’è una che passa tutti i giorni, verso le tre del pomeriggio. Ha i capelli neri che fanno risaltare il pallore del viso. Ha un’andatura particolare, elegante, i suoi passi sono leggeri. Certe volte va a sedersi su una panchina del molo e legge un libro. Ogni tanto solleva lo sguardo dalle pagine e guarda lontano, come se volesse mettere a punto un pensiero.

“Che libro stai leggendo?”
“Una novella. Ma mi sono arenata e oggi non ho voglia di leggere.”
“Di cosa parla?”
“E’ una storia assurda. Non è molto interessante.”
“Perché no? Abbiamo ancora qualche minuto.”
“Parla di un uomo che misura il tempo con lo sguardo. Lo sguardo sulle cose, le persone, le piante. In base ai cambiamenti che riesce a scorgere, calcola i giorni. Se i giorni passano lenti o veloci. Quando le cose cambiano in fretta si preoccupa, si spaventa. Anche una foglia che cade finisce per inquietarlo. Alla fine trova conforto nelle sue unghie. Le guarda spesso, più volte al giorno. E giunge a una conclusione, pensa che il tempo dipenda solo dalle cose che guardiamo e dalla lentezza del nostro sguardo. Perciò possiamo rallentarlo. Così finisce col guardare sempre di più le sue mani.”
“E poi? Che succede, dopo?”
“Non lo so, sono arrivata a quel punto. Non riesco ad andare avanti.”

Ha gli occhi verdi e lineamenti delicati. La cosa che noterai è una fossetta che le si forma sulla guancia quando sorride. E le pause, le lunghe pause che inserisce fra le parole.

“Non so, è come se non avessi più la curiosità. E’ strano, ma è così.”
“So cosa intendi dire.”
“Ecco, il sole sta per toccare la linea dell’orizzonte.”
“Sì, aspettiamo.”

postato da: birambai alle ore 18:29 | link | commenti (5)
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giovedì, 09 aprile 2009





Eravamo al buio, in spiaggia. Io, Polanca e due ragazze. Era una notte di Luglio, c’era una cappa di umidità che la potevi tagliare con un coltello. Le ragazze si spogliarono quasi subito. Noi due no, eravamo troppo timidi e troppo assorti nello spettacolo. C’era anche la luna che sembrava una torcia. Per non parlare della risacca, del bagliore sul mare, dell’odore dei pini e compagnia cantante.
Ogni tanto Polanca guardava il cielo e diceva : “Le stelle cadenti lassù”. E poi: “ Una cometa, l’ho vista, ne sono certo. Però che ci fa, fuori stagione, a Tresnuraghes?"
Gli risi in faccia ma lui continuò a osservare la volta celeste con un’espressione beata. Polanca è sempre stato un po’ mistico. Allora mi misi a cantare gingolbèll, ma lui se ne fregava altamente della mia ironia, nuotava a rana dentro il cielo. Alla fine anche io guardai il cielo.
Mentre eravamo così inebetiti, con le due sbarbe che intanto si facevano il bagno e lanciavano gridolini di felicità, apparve improvvisamente un tipo, un vecchio rincoglionito vestito di rosso.
"Merda, ho perso la strada” ci disse, quando ci fu vicino.
Io lo guardai come se avessi visto un marziano, provai anche un po’ di spavento.
“Sono Babbo Natale, non vedi che sono Babbo Natale! Che razza di film ti stai facendo in testa?”
Aveva una voce da vecchio, un po’ roca e un po’ metallica.
Polanca disse: “Senti, posso spedirti una lettera?”
“Quando?”
“Beh, per Natale…”
“Se vuoi, ma non so leggere”.
“E allora che ci fai?”.
”Mandamela lo stesso, chiederò a quel farabutto di mio fratello, lui sa leggere.”
“Che fai da queste parti?” gli chiesi, mentre continuava a guardarsi intorno e a lisciarsi la barba bianca.
“Te l’ho detto, ho perso la strada.”
“Dove sei diretto?”
“Mi hanno detto che qui vicino c’è un posto dove vendono dell’ottima malvasia.”
“Sì, è proprio dietro il promontorio, alla fine della spiaggia. Il paese si chiama Fulanas.”
Prima di andarsene, tirò fuori dalle tasche un po’ di coriandoli colorati e ce li lanciò addosso. Poi si mosse, improvvisando una danza tutta sghemba con i piedi che gli affondavano nella sabbia.
Restammo per cinque minuti in silenzio, immersi nella strana allucinazione. Nessuno dei due sapeva cosa dire.
Poi le ragazze uscirono dall’acqua e cominciarono a rotolarsi.
Una si chiamava Brenda.
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martedì, 07 aprile 2009

Mi aspetto che da un giorno all’altro quel pappamolle del mio capoufficio venga a dirmi: da oggi tu non conti più niente. Invece è proprio una mezza calzetta, non mi dice niente neppure per i ritardi. E se faccio qualche errore di contabilità si mette lì a scrivere delle note su un quaderno che tiene sempre chiuso a chiave nel cassetto da almeno ventidue anni. Un quaderno bruttissimo, nella copertina c’è scritto Il corrierino dell’auto, forse è un quaderno di quando faceva le elementari.
Così, oggi, per fargli vedere che invece conto molto, ho battuto il mio record personale e ho contato una mazzetta in trentuno secondi netti. Glielo ho urlato in faccia: in un minuto posso contare centomila euro, gli ho detto, in un’ora sono sei milioni, in un giorno posso contare cinquanta milioni di euro, ci metto poco a fare una finanziaria. Mi ha guardato male e poi ha abbassato lo sguardo. Ditemi se non è mobbing questo.
Per vendicarmi, da qualche tempo ho escogitato una tattica che lo fa innervosire. Ogni due ore mi alzo dalla mia postazione e mi presento davanti a lui. Alzo la mano e gli chiedo se posso andare alla toilette, come si faceva a scuola, non so se avete presente. Lui con un gesto della mano mi fa capire che posso, senza mai rivolgermi la parola. Quando torno gli ripasso davanti per dirgli che sono tornato e qualche volta mi capita di vederlo che chiude in fretta il quaderno.
Oggi, verso le tredici, alla terza volta che andavo a chiedergli il permesso, non era al suo posto. Aveva lasciato un biglietto sulla scrivania dove diceva che era in riunione con la direzione. Ho preso il biglietto, l’ho letto bene. Poi ci ho sputato sopra e ho steso la saliva su tutta la scritta, figuratevi che la parola riunione era talmente sbavata che alla fine si leggeva runtime.
Quando è tornato, più tardi, dopo l’intervallo, ha fatto finta di niente. Allora, mentre contavo per la quadratura, arrivavo a dieci e mi fermavo. Otto nove e dieci. E ricominciavo da capo. Questo per almeno sei o sette volte. Poi ho detto: “Oggi non ho il ran taim”. Figurarsi se lui ha capito, è una mezza calzetta.
Quando sono uscito dall’ufficio mi sentivo proprio bene. Ho visto un piccione che camminava tutto impettito fregandosene della gente che gli passava vicino. Quello sono io, ho pensato.
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giovedì, 26 marzo 2009





Il naso all’insù, la bocca leggermente aperta, il polpastrello dell’indice destro sul labbro inferiore: a vederlo così, Antonio Bandinu sembrava un bambino. Fissava una macchia d’umidità
sopra la cassettiera di ciliegio, nel soffitto della camera da letto.
“Dovrò chiamare un muratore”, disse fra sé e sé. Poi scosse la testa e lentamente si spostò nella cucina. Qui trovò il pacchetto delle sigarette ma con grande disappunto si accorse che era vuoto.
Faceva freddo. Lo stesso vento che da giorni imperversava sull'isola e che aveva danneggiato le tegole, permettendo alla pioggia di infiltrarsi, continuava o soffiare impetuoso da nord. Pensò che non era il caso di uscire a quell’ora della notte per acquistare un altro pacchetto. Allora si mise a frugare nei cassetti, a spostare i libri, a passare in rassegna tutte le tasche delle giacche e dei giubbotti che non indossava da molto tempo. E alla fine una sigaretta la trovò, proprio in fondo alla tasca bucata di un vecchio cappotto. Riuscì a tirarla fuori senza spezzarla e quel gesto gli sembrò la migliore conquista della giornata . La lisciò con soddisfazione e dopo averla accesa andò a sedersi sul letto, nel punto in cui, comodamente seduto, poteva di nuovo guardare la macchia.
Gli era sempre piaciuto guardare le macchie. Le macchie e le nuvole erano ancora (come quando era bambino) i luoghi dei suoi incantamenti. Per questo la sua espressione tornò come prima, lo stesso sguardo di meraviglia e la stessa fissità, interrotta solo per qualche istante dal fumo che gli andava negli occhi.
Vide lo svolazzo di una gonna nella giravolta di un ballo, il corpo sinuoso di una giovane donna, i piedi di un uomo puntati bene a terra nella rotazione dello stesso ballo. Vide i tasti della fisarmonica, il mantice che si gonfiava, le dita callose di un ragazzo. E poi il fieno giallo, il sole tagliato a metà, il sudore sulla fronte di un vecchio,  una linea lunga di formiche. Infine vide una nuvola, solitaria e bianca, che si muoveva appena, vicino al sole. E dentro la nuvola un brigantino. O forse era un libro col disegno di una barca.
  "E' come l’Aleph, posso vedere ogni cosa".
Aspirò con soddisfazione l’ultima boccata e per spegnere la sigaretta allungò il braccio fino al posacenere sul comodino. Poi, prima di togliersi le scarpe, tornò con lo sguardo alla macchia e in quel preciso momento, mentre cercava di mettere a fuoco i contorni umidi del disegno, ebbe il primo dei turbamenti. Gli sembrò che la chiazza fosse diventata improvvisamente più scura e un po’ più grande. Chiuse gli occhi e si concentrò sull’ultima immagine che aveva visto, le vele gonfie del brigantino. Ma adesso avvertiva anche un lieve capogiro e una sensazione di irrealtà del tutto nuova, come se quel momento facesse parte di un sogno o di una condizione già vissuta in un altro luogo, molto tempo prima. Quando riaprì le palpebre, la macchia era diventata ancora più scura.
Tentò di entrarci  dentro, di perdersi in un altro caleidoscopio, ma, nonostante lo sforzo, riuscì a vedere solo una forma: un cane, magro e spelacchiato, che continuava a guardarlo dalle pupille gialle e che digrignava i denti in una specie di sorriso beffardo.
Riuscì a sopportare la visione per qualche secondo. Poi, in fretta, si spogliò, si infilò sotto le coperte e spense la luce.
Qualche ora più tardi, Antonio Bandinu fu svegliato dalle folate di vento che facevano sbattere le imposte dei vicini. Le lancette luminescenti della sveglia a forma di cuore  che la madre gli aveva regalato segnavano le quattro, poteva contare su altre tre ore di sonno. Si girò sull’altro fianco e tentò di riaddormentarsi. Proprio allora però sentì un altro rumore, il suono di una goccia che cadeva sulla cassettiera. Poi un’altra e un’altra ancora, una ogni cinque secondi. Accese la luce e guardò la macchia. Il cemento del soffitto si era gonfiato, formando una specie di protuberanza gelatinosa dalla forma indefinita. Un liquido scuro e denso gocciolava con regolarità, dopo aver formato un filamento viscoso al centro della sporgenza. Fu allora che Antonio Bandinu pensò per la prima volta ai cani di Cubber. E fu allora che le sue mani cominciarono a tremare.
Uscì dalla stanza da letto, si fece un caffé e, seduto in cucina, aspettò le prime luci dell’alba. Senza neanche togliersi il pigiama, si mise ai piedi le scarpe da tracking. Uscì nella terrazza e da lì, aiutandosi con una scaletta di legno, si arrampicò sul tetto. Calcolò rapidamente il punto che voleva esplorare. Proprio lì, in corrispondenza della cassettiera di ciliegio, alcune tegole erano spaccate.
In un ultimo sforzo, muovendosi quando il maestrale gli dava tregua, cercò di spostarsi nella direzione prescelta. Fece appena in tempo a vedere i graffi su uno dei coppi, un ciuffo di peli attaccato ai licheni, un’unghia di cane staccata. Poi il vento lo tradì.
Più tardi, in tutta la città, si parlò della solitudine di Antonio Bandinu. Qualcuno disse che non era giusto.

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sabato, 07 marzo 2009

Giochiamo a carte. E’ stata un’idea di Bulgaria: oggi mi sento infelice, giochiamo a scalaquaranta.
Non lo facevamo da anni, l’ultima volta era successo in ospedale, quando Bulgaria era stato operato di appendicite.
- Ma non sarà un po’ noioso?
- Tanto che vuoi fare?
- Potremmo uscire, per esempio.
- Stasera inizia la festa della donna.
- Appunto.
- Appunto cosa?
- Boh, non lo so. Giochiamo a carte.
Polanca le mischia e io taglio il mazzo. Non c’è storia, le prime due mani le vince Polanca in un baleno.
- Hai il culo più grande della lavatrice.
- Vabbè, Bulgarì, ma tu sei fortunato in amore.
Bulgaria si adombra. Poi, mentre distribuisce l’altro giro, dice vaffanculo.

Avevo ragione io, dopo venti minuti siamo stufi marci.

- E allora che si fa?
- Niente, non facciamo niente, ognuno si tenga la sua noia. Anzi, io me ne vado ad ascoltare un po’ di musica.
Mi trasferisco nella mia stanza e mi metto le cuffie. Lester Young è un toccasana in pomeriggi come questo. Loro due rimangono in cucina. Ogni tanto sento che ridono e sono contento che Bulgaria abbia ritrovato il buon umore.
Dopo qualche minuto bussano alla porta. Dico avanti e me li vedo comparire, conciati in modo stravagante. Polanca ha indossato una tuta da lavoro, di quelle blu che usiamo quando imbianchiamo le pareti di casa. Bulgaria ha sulla testa un pezzo di copertone, legato con uno spago sotto il mento. Ha un sorriso stampato, come certe maschere di carnevale.
“La situazione non è così tragica” dice, con un accento che vorrebbe imitare il milanese.
“Ma presidente, ho perso il lavoro!” esclama Polanca, con un tono esageratamente afflitto.
“Bè, avrebbe potuto perdere un occhio. Invece mi sembra che lei ce li abbia ancora tutti e due.”
“Se vuole me lo cavo, ci metto un secondo.”
“Lasci stare, le potrebbero essere utili entrambi.”
“Ho tre figli, tutti disoccupati.”
“Ma non sono drogati. Sono rumeni, per caso?”
“ No, siamo sardi.”
“Dunque conterranei, cribbio, qua la mano!”
In quel momento mi accorgo che Polanca finge di essere monco, nascondendo la mano destra sotto il maglione.
“Mi dia l’altra. Con la sinistra si possono fare molte cose”
“A me la sinistra fa schifo, presidente, è disfattista.”
“Non intendevo quella, volevo dire la mano, la sua mano, quella che usa per…beh, lasciamo stare.”
Polanca, a quel punto, dopo che l’ha tenuta in tasca per tutto il tempo, tira fuori dalla tasca la mano sinistra. Stavolta, tenendole chiuse, finge di non avere le dita. Tranne il medio che continua a guardare, facendolo ruotare da una parte all’altra sotto il naso e poi sollevandolo in aria.
“Mi consenta, lei è un uomo non del tutto sfortunato, può ancora usare il telecomando. Bisogna sorridere, ce la faremo.”
Bulgaria, senza aggiungere altro, gira sui tacchi ed esce dalla stanza, con lo stesso sorriso che aveva quando è entrato. Polanca si mette il medio nel culo, "ma cos'è questa crisi, paraparapapapà". E se ne va anche lui, trascinando i piedi.
Certi pomeriggi è così.
postato da: birambai alle ore 15:57 | link | commenti (9)
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Ma una sera, prima di spegnere le luci, può succedere che ti fermi vicino a una porta. Una porta di una qualsiasi stanza di casa tua.
Che ti volti, forse per dire una cosa inutile, o perché vuoi tornare indietro a bere un bicchiere d’acqua.
E vedi, dallo specchio in fondo alla stanza, il viso magro di Polanca, appoggiato ad un armadio. Lo sguardo triste, il fumo della sigaretta. Può capitare che si resti così per un po’, io fermo, lui fermo.
Che Polanca dica, al vuoto di un muro bianco: abbiamo perso.
Non possiamo più chiedere consigli, non siamo così giovani.
Non siamo ancora vecchi per darcene qualcuno.
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giovedì, 26 febbraio 2009





Può capitare che Polanca sia di buonumore. E che dica: “Andiamo al lunapark!”
“A Nughes c’è il lunapark?”
“No, ce lo immaginiamo.”
“Sei strano.”
“Non ci vuole nulla.”
“Bah, Polà, a volte penso che tu sia scappato da un cartone animato.”
“Io vado, tu fai come vuoi.”
“Vengo anch’io” dice Bulgaria.

Prima l’uno poi l’altro chiudono gli occhi. E subito cominciano a cantare. Butta in aria le mani... e poi lasciale anda-a-aar. Bulgaria fa anche le mosse, è un bruttissimo spettacolo.
Poi Polanca dice: “Dieci gettoni, mi dia dieci gettoni, sei gialli e quattro rossi.
“ Sono sette euro.”
“Eccone dieci, tenga pure il resto.”
“Cazzo gli hai regalato tre euro, potevi prendere altri tre gettoni!
“Non fare il taccagno, è festa anche per lui.”
“Facciamo un giro sulle seggiole volanti.”
“Va bene, però stavolta mi spingi tu, io sono più leggero.”
Altro giro, altra corsa, se fai come Simone... non puoi certo sbagliar pà- pà- pà -pà papà- papà.
“Adesso! Vaaiiii”
“Prù poleee!
“Preso. Ho preso il nastro, lo sapevo che era la mia giornata, abbiamo vinto un giro!”
“Sì, ma mi ha stufato, andiamo al pungiball.”
Quando sento “pungiball” mi viene voglia di seguirli, Bulgaria che tira le sventole è spettacolo da non perdere.
Prima però tocca a Polanca. Prende un metro di rincorsa e si scaglia con tutta la forza contro l’ovale di cuoio. Stonf. La lancetta si muove di un centimetro.
“Devo spostare il baricentro” dice, massaggiandosi le nocche e girandosi dall’altra parte per nascondere la smorfia di dolore.
“Fatti meno seghe, Polà.”
Bulgaria infila un altro gettone e il braccio di metallo si abbassa di nuovo. Poi si mette a boxare contro l’aria, girandoci intorno col suo metroecinquanta di muscoli. Lo sentiamo che discute con un bersaglio invisibile.
“ Lei la deve smettere di chiamarmi Romania, non glielo ripeto più. E il mio amico è Bobboti, non Borlotti. Questo giochetto di storpiare i nomi la rende ancora più coglione. No, no, a me non mi fa ridere neanche un po’. Unf, unf, unf.”
Poi si ferma, si concentra, stringe i denti. “Te la sei voluta, Emiglio Merda, prenditi questa frequenza!”
Tira una botta che neppure Udella ai tempi dell’europeo l’avrebbe potuta replicare. La macchinetta comincia a suonare, sembra una sirena dell’ambulanza. Stelline e donne nude si illuminano.
Polanca guarda Bulgaria con aria soddisfatta, si capisce che è orgoglioso della sua amicizia.
Più tardi, lanciando i cerchietti di legno, vinciamo due bottiglie di spumante e una bottiglia di uno strano liquore giallo. Bulgaria se ne scola la metà. “Mmmh… così così, è meglio il Vov di mamma.”
postato da: birambai alle ore 16:29 | link | commenti (17)
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sabato, 21 febbraio 2009

Credo che possa bastare, anche se si potrebbe continuare all'infinito. Come nelle paristorias, o i contos de foghile. In fondo non è che un esercizio ispirato a quelle storie che ascoltavo da bambino e alle mille leggende di questa terra.
I due inserti sonori. Il primo è tratto da uno spettacolo di narrazione che ho portato in scena qualche anno fa. C'è il contrabbasso di Pierluigi Manca e la chitarra di Giuseppe Chironi. Quello in fondo al racconto è un'anninnia (una ninna nanna) tradizionale cantata da Tomasella Calvisi.





Allora la storia aveva uno strano andamento, per un po’ veniva avanti e subito si allontanava; in certi momenti si perdeva in luoghi sconosciuti e poco dopo la vedevi vicinissima, come la legna che ardeva nel camino.
Si muoveva come il cane di Antonimaria, che nella storia non sapeva dove andare e sembrava ubriaco, mentre correva avanti e indietro.
Perché Antonimaria era caduto in un crepaccio e il cane non sapeva se tornare al paese a cercare aiuto o se fermarsi lì, a piangere, da solo, la morte del padrone.

E gli occhi di Andria, che raccontava la storia, si facevano per un secondo come quelli di Antonimaria, vuoti e distanti. O come quelli del cane, umidi e pieni di terrore.
E allora anche i miei occhi non sapevano più cosa guardare e fissavano la fiamma. E dentro la fiamma vedevo la mano di Antonimaria che lentamente andava a cercare qualcosa e sembrava che accarezzasse il cane. Perché Antonimaria non era morto.

“E il cane correva a perdifiato” diceva Andria. E  diceva anche che il sole stava tramontando e che non c’era molto tempo.


Si faceva fioca la sua voce, mentre ripeteva che la notte già chiedeva spazio alle poche ore di luce di Gennaio e che presto bisognava andare a dormire. Poi taceva del tutto e in quella pausa potevo sentire il lamento di un ceppo che soffiava fuori la sua umidità, il vento che rispondeva con una nota cupa dentro la canna fumaria.

A un tratto però, un rumore giungeva dalla strada e tutti, nello stesso istante, ci voltavamo verso il portone grande. Qualcuno graffiava sul legno, senza bussare.
“Chi sei?” urlava Andria.
“Sono il cane di Antonimaria, apritemi, presto!”
“Cosa vuoi a quest’ora? Non vedi che stanno per scendere le tenebre?”
“Si tratta del mio padrone, è in pericolo.”
Allora Andria si alzava e andava ad aprire.
“Cosa è successo?”
“Antonimaria… è caduto...”
Il cane non riusciva a parlare, tanto era agitato. Andria gli diceva di sedersi e di riprendere fiato.
“Raccontami bene com’è andata.”
“No, non c’è tempo di raccontarvela adesso, dobbiamo andare alle campagne di Furaentu a soccorrere il padrone. Ve lo racconterò strada facendo.”
Le ombre erano lunghe come la quaresima e magre come il corno. Faceva freddo. Bisognava allungare il passo.
Il cane, che avanzava davanti a tutti, raccontava che nel pomeriggio, lui e Antonimaria, avevano incontrato uno strano personaggio, un uomo vestito di nero, con un cappuccio che gli nascondeva parte del viso e con una bisaccia sulle spalle dalla quale spuntavano oggetti d’oro e d’argento.

 

“Chi sei? Cosa porti dentro la bisaccia?” aveva chiesto Antonimaria.
“Se mi offri un bicchiere di vino ti racconto tutto.”
“Allora Antonimaria aveva offerto il vino allo sconosciuto. E lo sconosciuto aveva cominciato a raccontare.
La storia aveva uno strano andamento, prima mi sembrava di vederla da vicino, poi si allontanava.

Cominciò col dire che si trovava in quella zona da due giorni ma che veniva da un paese lontano, dall’altra parte dell’isola. “L’ho attraversata in lungo e in largo, a piedi. E dopo sette anni, finalmente, ho trovato quello che andavo cercando.”
“E cosa cercavi?” chiese Antonimaria, con un tono poco amichevole.
“Mia moglie” rispose secco lo sconosciuto.
“Nella boscaglia di Furaentu? Hai forse sposato una donnola?” lo incalzò il mio padrone che non aveva nessuna voglia di scherzare.
“No, Billalla Filia, la donna più bella dell’isola.”
A quel punto, l'uomo fece una pausa e il suo sguardo diventò più serio. Quando per un secondo lo puntò su di me, mi sentii invadere da un senso di pietà e uno strano calore mi attraversò la schiena, dalla testa alla coda. Poi, lo sconosciuto riprese, con una voce ancora più calma e con un tono che portava dritto dritto ai campi sconfinati della nostalgia.
“E’ una delle Panas che cantano vicino al fiume qua sotto. Stanotte l’ho vista. Il vecchio aveva proprio ragione.”
“Che vecchio?” chiese Antonimaria.
“Il vecchio di Serres. Ma è una storia lunga.”
“Raccontacela lo stesso, abbiamo tutto il tempo” replicò il mio padrone.
Lo sconosciuto prese un lungo respiro, appoggiò la bisaccia per terra e con un gesto della mano ci invitò a sederci.

 

 “Billalla mi lasciò, sette anni fa, in una notte maledetta di Febbraio. Morì di parto, portandosi via anche il frutto del nostro amore e spegnendo per sempre la luce della mia esistenza. L’unica cosa che mi rimase era il ricordo di lei, ma anche la memoria divenne uno strazio insopportabile. Per tutto quell’inverno non feci altro che piangere. Qualcuno, fra le poche persone che incontravo, mi diceva che il tempo avrebbe lenito il dolore. Il passare dei mesi, invece, non servì a nulla. Continuavo a vedere Billalla dappertutto, fra i mobili di casa, nelle crepe di un muro, in mezzo alle nuvole. E presto la nostalgia si trasformò in una tortura immedicabile. Più mi agitavo, più mi sentivo prigioniero, dentro la ragnatela di una vita inutile.
Fu Sebastiano Solana, una sera che mi ero stordito di vino nel suo bar, a suggerirmi la strada del vecchio. “Vai a trovarlo, ti farà bene” mi disse.
Ci misi tre giorni a trovare il rifugio nascosto fra i lecci.
Titubante, bussai piano alla porticina di legno. Mi rispose una voce sicura -vieni avanti- come di uno che ti sta aspettando da tempo. Stava lì, seduto su una sedia sgangherata, intento a ravvivare il fuoco, al centro della capanna fatta di basalto e di frasche. Non sollevò neppure lo sguardo.
Era magro da far paura, mangiato dal tempo, più piccolo di come me l’ero figurato.
“Apri quell’armadio, prendine una” mi disse, mentre continuava a pestare un ciocco per staccarne le braci. Come schiusi l’anta, un profumo di mele si diffuse nell’aria. Ne scelsi una e gliela porsi.
“No, tienila tu, stringila fra le mani”.
Mi fece sedere di fronte a lui. Restammo in silenzio per alcuni minuti e per tutto quel tempo non ricordo a cosa pensai. Il vecchio teneva gli occhi chiusi, le mani gli tremavano e le sue labbra si aprivano e si richiudevano, come quelle di chi recita una preghiera muta. “Ora dammela” mi disse, a un certo punto, schiarendosi la voce con un colpo di tosse. Afferrò la melina e facendo pressione con i pollici la spaccò in due. Poi, osservando attentamente nel cuore del frutto, cominciò ad annuire, finché mi parlò, con esperta lentezza: “La potrai rivedere, ma devi andare a cercarla. E una delle Panas che cantano nell’isola.”
Mi spiegò che le donne morte di parto tornano fra i mortali con le stesse sembianze che avevano da vive, condannate a lavare i panni delle loro creature, per un tempo che varia dai due ai sette anni. Per lavare la colpa, di quella morte “impura”. Nei ruscelli, sulle rive dei torrenti, fra l’una e le tre del mattino. Lavano e cantano una ninna- nanna triste.
“La potrai vedere e ascoltare. Ma non potrai parlarle, è pericoloso.E per lei sarebbe una pena.”

“Così, mi parlò.”
Lo sconosciuto fece un’altra pausa.
“ Fu così che cominciò il mio lungo peregrinare. In questi anni l’ho cercata per tutte le valli, ho dormito di giorno e vegliato per lunghe notti, sulle rive dei fiumi. Tutte le notti, per sette lunghissimi anni. E finalmente, quando pensavo di arrendermi, stanotte ho rivisto Billalla.”

Il cane, a quel punto, interrompeva il racconto e rallentava il suo passo. Passandogli davanti, io lo guardavo negli occhi. E vedevo che luccicavano. Anche  gli occhi di Andria brillavano di una luce diversa, in quel preciso momento. E non era il riflesso del fuoco.

 Vai avanti, pensavo, prenditi il tempo per domare l’emozione, ma vai avanti, ti prego.

“Non c’è molto tempo, è già buio, e il maestrale sta rinforzando” diceva Andria.

Il cane riprendeva allora a camminare  più svelto. E il racconto ripartiva.

 

Eravamo incantati e commossi dalla storia dello sconosciuto. Ci sembrava di vederlo al cinematografo l’incontro con la sua donna, tanto era intensa la descrizione che ne faceva:

“Mentre risalivo il fiume, tenendomi un poco a monte del letto irregolare e  facendomi luce con una ferula accesa, ho sentito un canto lontano. Un’anninnia riempiva la notte. E c’era un bambino che diventava una stella e un pesce che scavava la terra e la cima di un monte che diventava un re, nei giardini dei campi di Seusè. E c’era la calma, nella voce che si mescolava nell’acqua, la malinconia dell’Isola di pietra, drommi prenda ‘e oro, drommi cuntentu ti ninnat su entu.

Quando l’ho intravista, china su un sasso, intenta a sfregare i panni, ho avuto un mancamento.  Era più bella di come la ricordavo.  Vestita di bianco, con i capelli raccolti che lasciavano vedere il collo,  pallida, nella luce della luna che le cadeva sulle spalle e sulla morbida linea del seno. L’ho osservata per un po’, dall’alto, senza farmi vedere. Mi sembrava di essere caduto dentro un sogno e per tornare alla realtà continuavo a stringere con forza le palpebre, prima di tornare a guardarla.

Poi, dimenticandomi della raccomandazione del vecchio, non ho saputo più resistere. Ho tratto dalla bisaccia una scatola di fiammiferi e la lampada a petrolio che utilizzavo solo nei casi di estremo bisogno. L’ho accesa e mi sono avvicinato alla riva del fiume: “Billalla, sono qui, sono io, fiore meu!” Lei, interrompendo il canto e sollevandosi con uno scatto, mi ha guardato, senza dire una parola. Nel suo sguardo c’era qualcosa di strano,  sembrava sorpresa e piena di paura. “Sono io, lizzu galanu, sono venuto a riprenderti.”  A quel punto, con un altro movimento repentino, Billalla ha immerso una  mano dentro l’acqua e facendo ruotare il braccio me l’ha schizzata addosso.  Ho sentito la pelle del viso bruciare, come se mi avesse lanciato dell’olio bollente. Ho fatto in tempo a vederla sparire nel nulla, poi sono svenuto per il dolore. Guardate, qui.”

Aveva scontato con precauzione un lembo del cappuccio del pastrano di orbace: un’ustione profonda gli aveva scarnificato il viso e scoperto l’osso della mandibola.

“E poi?” aveva detto a quel punto Antonimaria.

“Poi la storia si fa strana. Mi è apparso un uomo, il vecchio della capanna. Ma le cose che sono successe dopo hanno uno svolgimento particolare, senza una precisa direzione. Non credo che vi possa interessare.”

“Ci interessano. Vai avanti.”

 

“Era lui. L’uomo che mi parlava in quella specie di stanza vuota, nella quale ero finito dopo lo svenimento, era proprio il vecchio che avevo incontrato molti anni prima nella capanna di Serres. Non riuscivo a vederlo bene in faccia, aveva la testa immersa dentro una  nuvola verde che ne lasciava appena intuire i contorni. Ma la voce, la voce che mi aveva ridato la forza di sopravvivere e che mi aveva condotto fin lì, era indiscutibilmente la sua. L’avevo riascoltata dentro di me ogni giorno che Dio manda in terra, come un disco incantato per sempre, e l’avrei potuta riconoscere fra milioni di suoni: "La potrai vedere, la potrai rivedere e riascoltare”.

Ci trovavamo fra pareti altissime e sotto un soffitto tanto distante da sembrare un cielo senza stelle. O forse era proprio la volta celeste, tutto quel nero che vedevo. La stanza era larga dieci metri e lunga almeno il doppio. Il vecchio stava dalla parte opposta alla mia, addossato al muro. Ogni tanto muoveva la mano sinistra, come se volesse scacciare la nuvola che lo circondava. Con l’altra si stringeva una coscia, così come fanno i vecchi quando sentono i dolori dell’artrosi.

“ Non dovevi parlarle,” continuava a ripetermi, “non dovevi parlarle. Ora la sua condanna ricomincerà daccapo, ora dovrà lavare i panni per altri sette anni. Per questo ha reagito così. Però ti  ha riconosciuto e ti ama ancora. Avrebbe potuto ucciderti, altrimenti. O trasformati in uno dei ciottoli rossi che stanno sull’argine del fiume. Non la potrai più rivedere, non riuscirai più a trovarla, ora. A meno che…”

“ A meno che?”

“A meno che tu non riesca a trovare il tesoro dei  monaci cistercensi.”

“Un tesoro?”

“Sì. E’a breve distanza da qui, fra i ruderi dell'abbazia. I monaci francesi erano padroni di questo territorio, un tempo. Quando ci fu la peste, otto secoli fa,  dovettero andar via in tutta fretta e nascosero i loro tesori. Pensavano di tornare sull’isola. Invece l’epidemia durò molto più tempo del previsto e così rimasero in Francia. E le loro ricchezze sotto terra,  ben nascoste e difese dalle mosche machedde. Finora nessuno è riuscito a scovarle e chi c’è andato vicino è stato aggredito e ucciso da quegli orribili insetti.”

“E se lo trovo potrò rivedere Billalla?”

“Forse. La libererai comunque dalla maledizione del non riposo. Si dice che fra gli oggetti nascosti dai monaci uno di essi, e solo uno, contenga il potere della quiete. Dovrai scoprire qual è e affidarlo alle acque di un fiume.”

“Ci proverò. Sono pronto a dare la vita, pur di aiutarla.”

“Il monastero si trova due chilometri più a Nord, vicino al crepaccio di Furrulongu.

Che la fortuna sia con te.”

 

Mi sono svegliato in uno stato di totale confusione, con la testa pesante e con il cuore stretto in una morsa. In compenso, il dolore della bruciatura era totalmente scomparso, come per incanto. Il timido chiarore dell’alba cominciava a posarsi sul costone roccioso di fronte. Dalla posizione supina in cui mi ero ritrovato, potevo ammirarne tutta la solennità.  Nel silenzio del giorno che nasceva, udivo solo i lievi rumori provocati da qualche pesce che risaliva alla superficie del fiume alla ricerca di cibo. Tutto questo acuiva il  senso  di smarrimento. Ma non c’era tempo da perdere, dovevo reagire. Dovevo andare alla ricerca del tesoro.  

Con fatica ho risalito il pendio scosceso, puntando verso Nord, e in meno di dieci minuti ero su un altopiano coperto da una boscaglia fittissima, invaso da rovi che rendevano difficile il passaggio. Con il falcetto mi sono dovuto più volte aprire la strada.

Dopo tre ore, con le mani sanguinanti e le gambe ormai insensibili per lo sforzo, ho finalmente avvistato il crepaccio di Furrulongu. E dopo una perlustrazione durata mezz’ora, ecco finalmente i ruderi del monastero.

Non c’è stato bisogno di esplorare a lungo fra le macerie: un ronzio fortissimo arrivava alla mia sinistra, da dietro un muro di pietra con una piccola apertura, una specie di finestrella.

Mi ci sono affacciato: davanti a me un orribile spettacolo, l’orrore più grande che avessi mai provato.

Migliaia di insetti giganti, grandi come noci e coperti di una peluria bianca, volavano a una breve altezza dal suolo, cozzando fra loro e lottando aspramente. Quando i più tenaci riuscivano ad avere il sopravvento sugli altri, si posavano sulla preda che si stavano contendendo: il corpo di un uomo, in avanzato stato di putrefazione, quasi del tutto coperto da altre centinaia di mosche e da un groviglio brulicante di larve bianche. Poco più avanti, vicino alle fondamenta di quello che un tempo era stato un  refettorio,  alcuni scheletri umani, adagiati sull’erba, riflettevano la luce del sole.

Paralizzato dal terrore e nauseato dal tanfo, sono rimasto immobile, senza muovere un muscolo, respirando appena. Per alcuni minuti mi sono sentito perso. Al frastuono delle mosche si sovrapponeva il ritmo impazzito del cuore.

Non so se definire pazzia o lucidità quello che ho fatto dopo. Forse era un modo istintivo di scacciare la paura. Fatto sta che a un certo punto ho cominciato a cantare. Una nenia, un antica nenia che molte volte avevo sentito da bambino e che tutti, in paese, consideravano magica. La cantilena che ipnotizzava le api.

Beeeella bella bella bella bella bè. Beella bella bella bella bella bè…

 

Il cane, allora, si perdeva dentro quel canto. Andria rimaneva silenzioso. E io, di nuovo, mi perdevo dentro una lingua del fuoco. La storia si allontanava ancora una volta. Fra i suoni e le voci, c’era Maria Pipiola.

 




Cadeva l’ultimo pugno di terra, l’addio cominciava a farsi riposo e memoria. Poi ancora il suono dei passi, nella salita che dal cimitero riportava a casa. Alcuni finivano dentro una bettola. O in una cantina. Per un bicchiere di vino rosso, un caffé, un rosolio. Per il bene dell’anima in viaggio.

Poi il silenzio, nella bruma del tardo pomeriggio che avvolgeva il paese.

Solo allora Andria mi riconduceva nei sentieri della campagna di Furaentu: “Vai avanti, se vuoi che salviamo il tuo padrone.”

 Il sole era ormai tramontato. Gli alberi intorno a noi, col passare dei minuti, diventavano sagome scure e minacciose.

Il cane si risvegliava: “Siamo quasi arrivati, il crepaccio è poco lontano.”

“Vai più veloce. E continua a raccontare.”

Allora il cane diceva che lo sconosciuto era riuscito a sconfiggere le mosche machedde.

“Col canto di Maria Pipiola?” chiedeva, Andria, al cane.

“Proprio così!” rispondeva l’animale, riprendendo a scuotere la coda.

 

“Proprio così, con quella stessa cantilena che sentivo da piccolo” diceva lo sconosciuto, con un sorriso smorzato.

“E poi che hai fatto?”

“Quando ho sentito che il ronzio era quasi del tutto cessato, mi sono riaffacciato oltre il muro del refettorio. Le mosche avevano smesso la lotta e si erano tutte posate sopra il cadavere. Formavano, ora, una specie di palla pelosa, animata dal lento movimento di migliaia di zampe. Con molta cautela, ho scavalcato la finestrella, stringendo un fazzoletto intorno al naso. Avevo ancora una buona riserva di petrolio, dentro la tanica di rifornimento per la lampada. L’ho scaricato tutto sul cumulo mefitico. E gli ho dato fuoco. Ci sono voluti dieci minuti, prima che le fiamme smettessero di sfrigolare. A quel punto ho preso la vanga che la povera vittima aveva abbandonato a pochi metri di distanza e ho cominciato a scavare: volevo seppellire quei coraggiosi che mi avevano preceduto negli anni, volevo dare a tutti loro una degna sepoltura.

Ero quasi a un metro di profondità, quando ho sentito che qualcosa di più duro mi impediva di allargare la fossa. Ma ho fatto ricorso alle ultime energie che mi rimanevano, per assestare altri colpi di pala. E dopo un minuto, quando ormai pensavo di arrendermi, ecco che la sagoma di una cassa di legno prendeva forma sotto il mio sguardo. A quella vista mi sono tornate le forze e ho continuato a scavare come un forsennato. Mi sentivo rincuorato: su posidu, il tesoro che cercavo, era venuto alla luce per caso, come se gli dei mi avessero voluto aiutare nella difficile impresa.

La cassa era lunga quasi un metro e larga non meno di settanta centimetri. Cercare di tirarla fuori era impossibile, per sollevare quel peso non sarebbero bastate le braccia di dieci uomini. Per fortuna il legno era marcio in diversi punti, e così far saltare il coperchio è stato più facile di quanto avevo sperato. Il cuore, ancora una volta, mi è salito in gola.  Non vi dico lo stupore, di fronte a tanta ricchezza. C’era un’enorme quantità d’oggetti d’oro: monete, anelli, catene, crocefissi, navicelle.  E altri d’argento: candelabri, coppe, turiboli, ornamenti sacri. Tutti finemente lavorati, alcuni ornati di pietre preziose. Ho raccolto quanto ho potuto, ho riempito la bisaccia fino al peso limite che avrei potuto trasportare. Gli altri oggetti sono nascosti ancora lì, a poca distanza, in un punto che potrò ritrovare facilmente. Poi ho sepolto i cadaveri, per ognuno di loro ho costruito una croce di rami secchi e l’ho conficcata sulla terra umida. Non ho detto preghiere, non le so dire. Sono andato via col cuore pieno di fiducia.

Questo è tutto. Quando ho incontrato voi stavo cercando il sentiero che riporta al fiume. Voglio salvare Billalla.

 “Potresti non avere con te l’oggetto che la salverà.”

Nelle parole di Antonimaria c’era uno slancio di solidarietà. Non avevo mai visto il mio padrone così preoccupato per le sorti di uno sconosciuto.

“Non potrò mai scoprirlo se non ci proverò. Forse ci vorrà molto tempo, potrò abbandonare alla corrente del fiume un oggetto per volta.  Sarà un tempo che mi farà vivere.”

“Potrebbe anche farti morire. Sei ridotto uno straccio, dovresti riposare un po’.”

“E’ quello che cerco da sette anni.”

Senza aggiungere altro, lo sconosciuto si è alzato. Ha stretto la mano ad Antonimaria, ringraziandolo per il vino. A me ha riservato una carezza sulla testa, di quelle che nessuno mi fa, a parte il padrone.

Poi si è caricato la bisaccia sulle spalle, ha salutato un’ultima volta e si è messo in marcia.

Antonimaria mi ha guardato. Io ho guardato lui. Sono sicuro che in quel momento il mio cuore di cane e il suo cuore di vecchio pesavano di più.

Siamo rimasti così, come dentro una fotografia. Poi Antonimaria mi ha ordinato di continuare la ricerca del passaggio dei cinghiali. Ho fatto un breve giro, annusando il terreno. E dopo pochi metri  ho trovato,  fra i rami di un arbusto, una navicella d’oro. Ho richiamato l’attenzione del padrone.

“E’ dello sconosciuto, l’ha perduta, dobbiamo restituirla.”

 

Allora Antonimaria afferrava la navicella e si metteva a correre. Correva piano perché era vecchio. Ma correva veloce, perché voleva raggiungere lo sconosciuto. E inciampava in una radice di ginepro. E cadeva. E rotolava. E cascava giù, in fondo al crepaccio.

 

“L’ho visto sparire in un momento. Sembrava che se l’avesse inghiottito la montagna. Non sapevo cosa fare.  Non sapevo se rimanere lì, a piangere la morte di Antonimaria, o se tornare in paese a chiedere aiuto. Sono venuto da voi. Solo voi, Andrì, potevate aiutarmi.

Ma siamo arrivati… ecco il dirupo.”

“In quale punto è caduto?” chiedeva Andria.

“Lì, dieci metri più avanti.”

“Bisognerà fare molta attenzione. Voi aspettatemi qui.”

 

 Prendeva una corda, Andria, e se la legava alla vita. Poi annodava l’altro capo al tronco di una quercia. E lo vedevamo eclissarsi dentro la voragine. C’era poca luce. La luna spariva e riappariva, fra le gli schermi intermittenti di nuvole spinte dal maestrale. E io avevo paura. E anche il cane era nervoso. Ma allora, proprio quando le tenebre si facevano più fitte e si sentiva solo il vento che batteva sulle fronde delle piante, appariva una luce. La luce di una ferula che disegnava cerchi nel buio. “Figlio d’un cane!” urlava un uomo, a breve distanza. “Ti sembra questo il modo di dimostrare la tua fedeltà? Abbandonare il padrone nel momento del bisogno?”

Era Antonimaria. Avanzava zoppicando, aveva una gamba malamente fasciata con una stecca di legno e una camicia strappata.

Allora il cane gli saltava addosso e lo riempiva di feste, leccandogli il viso e le mani. E io lo salutavo e ridevo insieme a lui. E poi tiravamo la corda e anche Andria, poco dopo, era assieme a noi, a rallegrarsi e augurare un’altra  sventura così dopo altri cent’anni.

“Ma chi diavolo ti ha tirato su?” chiedeva Andria.

“Accendiamo un fuoco, ora. E offrimi un bicchiere di vino. Ti racconterò com’è andata.”

Andria accendeva il fuoco.

“E’ stato uno sconosciuto a salvarmi, uno che avevamo incontrato nel pomeriggio.  Gli era cascato il coltello e mentre lo inseguivo per restituirglielo sono scivolato e…”

“Il coltello?”

“Sì, la leppa, una bellissima leppa col manico di corno. E’ stato il cane a trovarla. Anche se infedele, Pensapodè è sveglio. E’ il cane più sveglio  che io abbia mai conosciuto, gli manca solo la parola.”

Io e Andria ci guardavamo, nell’oscurità appena rischiarata dal fuoco. Pensapodè abbaiava felice.

“Non sono caduto fino in fondo. Una mano divina ha fatto sì che il mio volo si sia fermato dopo pochi metri, su uno spuntone di roccia. Sono rimasto incastrato per quasi un’ora,  finché lo sconosciuto, che era tornato indietro a cercare il suo oggetto prezioso, non ha sentito la mia invocazione di aiuto ed è venuto a tirarmi su con una corda. Mi ha fasciato la gamba con la sua camicia e mi ha portato sulle spalle fin qui. Mi ha regalato il suo pastrano e se n’è andato.  Ha detto che aveva una cosa importante da fare, che doveva arrivare al fiume prima del tramonto.  Sapevo che prima o poi sareste arrivati voi, che Dio vi benedica.”

“Mangia, ora!” diceva, Andria, porgendogli una fetta di pane e un pezzo di formaggio.”

Mangiavamo tutti. Anche il cane riceveva la sua parte di cena. Ora non parlava più nessuno. La luna brillava di più, più in alto. Il vento si calmava del tutto. E in quel silenzio, da un punto lontano, amplificata dalle pareti di granito che ci circondavano, arrivava all’improvviso un canto.

Una donna cantava una ninna nanna. Un uomo rispondeva,  a boghe ‘e notte”, con dei versi d’amore.

Allora, io mi addormentavo. Allora,  Billalla, mia nonna, la moglie di Andria, mi prendeva in braccio e mi accompagnava al letto e mi rimboccava le coperte. “Drommi, fiore meu” mi diceva, “dormi, ché fuori la notte è cattiva.”  

 

postato da: birambai alle ore 10:23 | link | commenti (7)
categorie: il cane e la coda
giovedì, 19 febbraio 2009

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sabato, 07 febbraio 2009

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Allora la storia aveva uno strano andamento, per un po’ veniva avanti e subito si allontanava; in certi momenti si perdeva in luoghi sconosciuti e poco dopo la vedevi vicinissima, come la legna che ardeva nel camino.
Si muoveva come il cane di Antonimaria, che nella storia non sapeva dove andare e sembrava ubriaco, mentre correva avanti e indietro.
Perché Antonimaria era caduto in un crepaccio e il cane non sapeva se tornare al paese a cercare aiuto o se fermarsi lì, a piangere, da solo, la morte del padrone.
E gli occhi di Andria, che raccontava la storia, si facevano per un secondo come quelli di Antonimaria, vuoti e distanti. O come quelli del cane, umidi e pieni di terrore.
E allora anche i miei occhi non sapevano più cosa guardare e fissavano la fiamma. E dentro la fiamma vedevo la mano di Antonimaria che lentamente andava a cercare qualcosa e sembrava che accarezzasse il cane. Perché Antonimaria non era morto.
“E il cane correva a perdifiato” diceva Andria. E diceva anche che il sole stava tramontando e che non c’era molto tempo.

Si faceva fioca la sua voce, mentre ripeteva che la notte stava già chiedendo spazio alle poche ore di luce di Gennaio e che presto bisognava andare a dormire. Poi taceva del tutto e in quella pausa potevo sentire il lamento di un ceppo che soffiava fuori la sua umidità. Il vento che rispondeva con una nota cupa dentro la canna fumaria.
A un tratto però un rumore giungeva dalla strada e tutti, nello stesso istante, ci voltavamo verso il portone grande. Qualcuno graffiava sul legno, senza bussare.
“Chi sei?” urlava Andria.
“Sono il cane di Antonimaria, apritemi, presto!”
“Cosa vuoi a quest’ora? Non vedi che stanno per scendere le tenebre?”
“Si tratta del mio padrone, è in pericolo.”
Allora Andria si alzava e andava ad aprire.
“Cosa è successo?”
“Antonimaria… è caduto...”
Il cane non riusciva a parlare, tanto era agitato. Andria gli diceva di sedersi e di riprendere fiato.
“Raccontami bene com’è andata.”
“No, non c’è tempo di raccontarvela adesso, dobbiamo andare alle campagne di Furaentu a soccorrere il padrone. Ve lo racconterò strada facendo.”
Le ombre erano lunghe come la quaresima e magre come il corno. Faceva freddo. Bisognava allungare il passo.
Il cane, che avanzava davanti a tutti, raccontava che nel pomeriggio, lui e Antonimaria, avevano incontrato uno strano personaggio, un uomo vestito di nero, con un cappuccio che gli nascondeva parte del viso e con una bisaccia sulle spalle dalla quale spuntavano oggetti d’oro e d’argento.

“Chi sei? Cosa porti dentro la bisaccia?” aveva chiesto Antonimaria.
“Se mi offri un bicchiere di vino ti racconto tutto.”
“Allora Antonimaria aveva offerto il vino allo sconosciuto. E lo sconosciuto aveva cominciato a raccontare.
La storia aveva uno strano andamento, prima mi sembrava di vederla da vicino, poi si allontanava.

Cominciò col dire che si trovava in quella zona da due giorni ma che veniva da un paese lontano, dall’altra parte dell’isola. “L’ho attraversata in lungo e in largo, a piedi. E dopo sette anni, finalmente, ho trovato quello che andavo cercando.”
“E cosa cercavi?” chiese Antonimaria, con un tono poco amichevole.
“Mia moglie” rispose secco lo sconosciuto.
“Nella boscaglia di Furaentu? Hai forse sposato una donnola?” lo incalzò il mio padrone che non aveva nessuna voglia di scherzare.
“No, Billalla Filia, la donna più bella dell’isola.”
A quel punto, l'uomo fece una pausa e il suo sguardo diventò più serio. Quando per un secondo lo puntò su di me, mi sentii invadere da un senso di pietà e uno strano calore mi attraversò la schiena, dalla testa alla coda. Poi, lo sconosciuto riprese, con una voce ancora più calma e con un tono che portava dritto dritto ai campi sconfinati della nostalgia.
“E’ una delle Panas che cantano vicino al fiume qua sotto. Stanotte l’ho vista. Il vecchio aveva proprio ragione.”
“Che vecchio?” chiese Antonimaria.
“Il vecchio di Serres. Ma è una storia lunga.”
“Raccontacela lo stesso, abbiamo tutto il tempo” replicò il mio padrone.
Lo sconosciuto prese un lungo respiro, appoggiò la bisaccia per terra e con un gesto della mano ci invitò a sederci.
“Billalla mi lasciò, sette anni fa, in una notte maledetta di Febbraio. Morì di parto, portandosi via anche il frutto del nostro amore e spegnendo per sempre la luce della mia esistenza. L’unica cosa che mi rimase era il ricordo di lei, ma anche la memoria divenne uno strazio insopportabile. Per tutto quell’inverno non feci altro che piangere. Qualcuno, fra le poche persone che vedevo, mi diceva che il tempo avrebbe lenito il dolore. Il passare dei mesi, invece, non servì a nulla. Continuavo a vedere Billalla dappertutto, fra i mobili di casa, nelle crepe di un muro, in mezzo alle nuvole. E presto la nostalgia si trasformò in una tortura immedicabile. Più mi agitavo, più mi sentivo prigioniero, dentro la ragnatela di una vita inutile.
Fu Sebastiano Solana, una sera che mi ero stordito di vino nel suo bar, a suggerirmi la strada del vecchio. “Vai a trovarlo, ti farà bene” mi disse.
Ci misi tre giorni a trovare il rifugio nascosto fra i lecci.
Titubante, bussai piano alla porticina di legno. Mi rispose una voce sicura -vieni avanti- come di uno che ti sta aspettando da tempo. Stava lì, seduto su una sedia sgangherata, intento a ravvivare il fuoco, al centro della capanna fatta di basalto e di frasche. Non sollevò neppure lo sguardo.
Era magro da far paura, mangiato dal tempo, più piccolo di come me l’ero figurato.
“Apri quell’armadio, prendine una” mi disse, mentre continuava a pestare un ciocco per staccarne le braci. Come schiusi l’anta, un profumo di mele si diffuse nell’aria. Ne scelsi una e gliela porsi.
“No, tienila tu, stringila fra le mani”.
Mi fece sedere di fronte a lui. Restammo in silenzio per molti minuti e per tutto quel tempo non ricordo a cosa pensai. Il vecchio teneva gli occhi chiusi, le mani gli tremavano e le sue labbra si aprivano e si richiudevano, come quelle di chi recita una preghiera muta. “Ora dammela” mi disse, a un certo punto, schiarendosi la voce con un colpo di tosse. Afferrò la melina e facendo pressione con i pollici la spaccò in due. Poi, osservando attentamente nel cuore del frutto, cominciò ad annuire, finché mi parlò, con esperta lentezza: “La potrai rivedere, ma devi andare a cercarla. E una delle Panas che cantano nell’isola.”
Mi spiegò che le donne morte di parto tornano fra i mortali con le stesse sembianze che avevano da vive, condannate a lavare i panni delle loro creature, per un tempo che varia dai due ai sette anni. Per lavare la colpa, di quella morte “impura”. Nei ruscelli, sulle rive dei torrenti, fra l’una e le tre del mattino. Lavano e cantano una ninna- nanna triste.
“La potrai vedere e ascoltare. Ma non potrai parlarle, è pericoloso.E per lei sarebbe una pena.” Così, mi parlò.”
Lo sconosciuto fece un’altra pausa.
“ Fu così che cominciò il mio lungo peregrinare. In questi anni l’ho cercata per tutte le valli, ho dormito di giorno e vegliato per lunghe notti, sulle rive dei fiumi. Tutte le notti, per sette lunghissimi anni. E finalmente, quando pensavo di arrendermi, stanotte ho rivisto Billalla.”

Il cane, a quel punto, interrompeva il racconto e rallentava il suo passo. Passandogli davanti, io lo guardavo negli occhi. E vedevo che luccicavano. Anche gli occhi di Andria brillavano di una luce diversa, in quel preciso momento. E non era il riflesso del fuoco.
Vai avanti, pensavo, prenditi il tempo per domare l’emozione, ma vai avanti, ti prego.
“Non c’è molto tempo, è già buio, e il maestrale sta rinforzando” diceva Andria.
Il cane riprendeva allora a camminare più svelto. E il racconto ripartiva.

Eravamo incantati e commossi dalla storia dello sconosciuto. Ci sembrava di vederlo al cinematografo l’incontro con la sua donna, tanto era intensa la descrizione che ne faceva:
“Mentre risalivo il fiume, tenendomi un poco a monte del letto irregolare e facendomi luce con una ferula accesa, ho sentito un canto lontano. Un’anninnia riempiva la notte. E c’era un bambino che diventava una stella e un pesce che scavava la terra e la cima di un monte che diventava un re, nei giardini dei campi di Seusè. E c’era la calma, nella voce che si mescolava nell’acqua, la malinconia dell’Isola di pietra, drommi prenda ‘e oro, drommi cuntentu ti ninnat su entu.
Quando l’ho intravista, china su un sasso, intenta a sfregare i panni, ho avuto un mancamento. Era più bella di come la ricordavo. Vestita di bianco, con i capelli raccolti che lasciavano vedere il collo, pallida, nella luce della luna che le cadeva sulle spalle e sulla morbida linea del seno. L’ho osservata per un po’, dall’alto, senza farmi vedere. Mi sembrava di essere caduto dentro un sogno e per tornare alla realtà continuavo a stringere con forza le palpebre, prima di tornare a guardarla.
Poi, dimenticandomi della raccomandazione del vecchio, non ho saputo più resistere. Ho tratto dalla bisaccia una scatola di fiammiferi e la lampada a petrolio che utilizzavo solo nei casi di estremo bisogno. L’ho accesa e mi sono avvicinato alla riva del fiume: “Billalla, sono qui, sono io, fiore meu!” Lei, interrompendo il canto e sollevandosi con uno scatto, mi ha guardato, senza dire una parola. Nel suo sguardo c’era qualcosa di strano, sembrava sorpresa e piena di paura. “Sono io, lizzu galanu, sono venuto a riprenderti.” A quel punto, con un altro movimento repentino, Billalla ha immerso una mano dentro l’acqua e facendo ruotare il braccio me l’ha schizzata addosso. Ho sentito la pelle del viso bruciare, come se mi avesse lanciato dell’olio bollente. Ho fatto in tempo a vederla sparire nel nulla, poi sono svenuto per il dolore. Guardate, qui.”
Aveva scontato con precauzione un lembo del cappuccio del pastrano di orbace: un’ustione profonda gli aveva scarnificato il viso e scoperto l’osso della mandibola.
“E poi?” aveva detto a quel punto Antonimaria.
“Poi la storia si fa strana. Mi è apparso un uomo, il vecchio della capanna. Ma le cose che sono successe dopo hanno uno svolgimento particolare, senza una precisa direzione. Non credo che vi possa interessare.”
“Ci interessano. Vai avanti.”

“Era lui. L’uomo che mi parlava in quella specie di stanza vuota nella quale ero finito dopo lo svenimento, era proprio il vecchio che avevo incontrato molti anni prima nella capanna di Serres. Non riuscivo a vederlo bene in faccia, aveva la testa immersa in una specie di nuvola verde che ne lasciava appena intuire i contorni. Ma la voce, la voce che mi aveva ridato la forza di sopravvivere e che mi aveva condotto fin lì, era indiscutibilmente la sua. L’avevo riascoltata dentro di me ogni giorno, come un disco incantato per sempre, e l’avrei potuta riconoscere fra milioni di suoni: "La potrai vedere, la potrai rivedere e riascoltare.
Ci trovavamo fra pareti altissime e sotto un soffitto tanto distante da sembrare un cielo senza stelle. O forse era proprio la volta celeste, tutto quel nero che vedevo. La stanza era larga almeno dieci metri e lunga il doppio. Il vecchio stava dalla parte opposta alla mia, addossato al muro. Ogni tanto muoveva la mano sinistra, come se volesse scacciare la nuvola che lo circondava. Con l’altra si stringeva una coscia, così come fanno i vecchi quando sentono i dolori dell’artrosi.
“ Non dovevi parlarle,” continuava a ripetermi, “non dovevi parlarle. Ora la sua condanna ricomincerà daccapo, dovrà lavare i panni per altri sette anni. Per questo ha reagito così. Però ti ha riconosciuto e ti ama ancora. Avrebbe potuto ucciderti, altrimenti. O trasformati in uno dei ciottoli rossi che stanno sull’argine del fiume. Non la potrai più rivedere, non riuscirai più a trovarla, ora. A meno che…”
“ A meno che?”
“A meno che tu non riesca a trovare il tesoro dei monaci cistercensi.”
“Un tesoro?”
“Sì. E’a breve distanza da qui, fra i ruderi dell'abbazia. I monaci francesi erano padroni di questo territorio, un tempo. Quando ci fu la peste, otto secoli fa, dovettero andar via in tutta fretta e nascosero qui i loro tesori. Pensavano di tornare sull’isola. Invece l’epidemia durò molto più tempo del previsto e così rimasero in Francia. E le loro ricchezze sotto terra. Ben nascoste e difese dalle mosche machedde. Finora nessuno è riuscito a scovarle e chi c’è andato vicino è stato aggredito e ucciso da quegli orribili insetti.”
“E se lo trovo potrò rivedere Billalla?”
“Forse. La libererai comunque dalla maledizione del non riposo.”
“Ci proverò. Sono pronto a dare la vita, pur di aiutarla.”
“Il monastero si trova due chilometri più a Nord, vicino al crepaccio di Furrulongu.
Che la fortuna sia con te.”

Mi sono svegliato in uno stato di totale confusione, con la testa pesante e con il cuore stretto in una morsa. In compenso, il dolore della bruciatura era totalmente scomparso, come per incanto. Il timido chiarore dell’alba cominciava a posarsi sul costone roccioso di fronte. Dalla posizione supina in cui mi ero ritrovato, potevo ammirarne tutta la solennità. Nel silenzio del giorno che nasceva, udivo solo i lievi rumori provocati da qualche pesce che risaliva alla superficie del fiume nella ricerca di cibo. Tutto questo acuiva il senso di smarrimento profondo. Ma non c’era tempo da perdere, dovevo reagire. Dovevo andare alla ricerca del tesoro.
Con molta fatica ho risalito il pendio scosceso, puntando verso Nord, e in meno di dieci minuti ero su un altopiano coperto da una boscaglia fittissima, invaso da rovi che rendevano difficile il passaggio. Con il falcetto mi sono dovuto più volte aprire la strada. Dopo tre ore, con le mani sanguinanti e le gambe ormai insensibili per lo sforzo, ho finalmente avvistato il crepaccio di Furrulongu. E dopo una perlustrazione durata mezz’ora, ecco finalmente i ruderi del monastero.
Non c’è stato bisogno di esplorare a lungo fra le macerie: un ronzio fortissimo arrivava alla mia sinistra, dietro un muro di pietra con una piccola apertura, una specie di finestrella.
Mi ci sono affacciato. Davanti a me un orribile spettacolo, l’orrore più grande che avessi mai provato.
Migliaia di insetti giganti, grandi come noci e coperti di una peluria bianca, volavano a una breve altezza dal suolo, sbattendo fra loro e lottando aspramente. Quando i più tenaci riuscivano ad avere il sopravvento sugli altri, si posavano sulla preda che si stavano contendendo: il corpo di un uomo, in avanzato stato di putrefazione, quasi del tutto coperto da altre centinaia di mosche e da un groviglio brulicante di larve bianche. Poco più avanti, vicino alle fondamenta di quello che un tempo era stato un refettorio, alcuni scheletri umani, adagiati sull’erba, riflettevano la luce del sole.
Paralizzato dal terrore e nauseato dal tanfo, sono rimasto immobile, senza muovere un muscolo, respirando appena. Per alcuni minuti mi sono sentito perso. Al frastuono delle mosche si sovrapponeva il ritmo impazzito del cuore.
Non so se definire pazzia o lucidità quello che ho fatto dopo. Fatto sta che a un certo punto ho cominciato a cantare. Una nenia, un' antica nenia che molte volte avevo sentito da bambino e che tutti, in paese, consideravano magica. La cantilena che ipnotizzava le api.
Beeeella bella bella bella bella bè. Beella bella bella bella bella bè….

Il cane, allora, si perdeva dentro quel canto. Andria rimaneva silenzioso. E io, di nuovo, mi perdevo dentro una lingua del fuoco. La storia si allontanava ancora una volta, fra i suoni e le voci. C’era Maria Pipiola.


...  continua
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