Un giorno dopo l'altro
si sta facendo sempre più tardi.
Dentro la notte
l'ora senz'ombra
memoria del vuoto
oblio.
La vita è altrove:
Il quinto passo è l'addio
il lungo addio.
...............................
Ricorda con rabbia
la bella estate
il filo dell'orizzonte
il guizzo irrivirente dell'azzurro.
Chiedi alla polvere
l'urlo e il furore
le parole per dirlo.
Un giorno questo dolore ti sarà utile.
Si chiama poesia dorsale, l'idea e stata lanciata da questi signori.
Io ci sono arrivato, come spesso succede, attraverso quel giocoliere di zop
Insomma, prendete un po' di libri, fotografateli, fateli parlare.
Di getto senza virgole privo di forma parole scompigliate un vento che impazza sull’erba alta di Maggio un rubinetto che perde. Così, dietro il fumo che aleggia nella stanza i lunghi pomeriggi di palleggi con una pallina di carta e notti oscure sulle stesse righe di un libro. Una fetta di luce che filtra, ormai logora, sulla parete di lato. Reggimenti di cuori che sbandano in corsa.
All’improvviso penso all’asino di Sunis, all’asino che s’impuntava e non ne voleva sentire di andare avanti. Né avanti né indietro. Il padrone era costretto a lasciarlo lì, allora, in mezzo alla strada, in quel punto che diventava il suo mondo, l’unico mondo possibile. Immobile come una statua, mentre qualcosa si mangiava l’anima della bestia testona.
Si offre in sacrificio alla malinconia e nessuno può volergli bene, dicevo. Nessuno, dicevo. E mi sembrava di vedere le sue lacrime, prima che riprendesse la via.
Uno dei cuori si perde nei vicoli del secolo andato, andato con la saggezza di un vecchio che si ritira silenzioso e in buon ordine. Quando il mondo era ubriaco di vita, il sogno di una cosa era una magnifica mattina di dubbi. A parlare con il vecchio di rivoluzioni possibili, la storia, oppure silenziose alleanze per cercare di capire senza troppe convinzioni e senza la ragione che consola. Contadini e operai e studenti, nel buco di Via Torres comunista, nel freddo senza scampo, sperduti nell’isola sperduta, eppure nel mondo al centro del mondo.
Un altro cuore dice di Roma, Trastevere vent’anni fa, a casa di Fernanda Pivano, lei che parla di Dylan, di Gregory Corso, di Judith Malina vestita di chiffon nelle strade di Milano coperte di neve. Lei bellissima - un ricordo sopra l’altro- noi con la bocca a forma di sorpresa e un modo di pensare che già si caricava di inaspettate nostalgie. Pronti a dare battaglia, nei paesi dell’interno “ho visto, ho visto, ho visto” in chiassose feste di campagna o fra cinque spettatori non convinti. Noi sì, noi eravamo la poesia, il metro del respiro, il Santo Bronx, l’ingenuità del canto disperato, l’ebbrezza del futuro.
Un giorno che me ne andai a scoprire i luoghi dove i pastori diventarono operai, le miniere l’eldorado. Con la donna che amavo, per vedere se dietro la collina c’era l’eternità, se dai pozzi si poteva sentire una voce, raccontami dello sciopero, parlami lentamente.
Passeggiamo lungo la spiaggia, dopo, ci sono gli occhi di Santa Lucia, sotto il sole. Speriamo senza dirlo. E c’è un pescatore, nascosto sugli scogli, che getta la pastura e aspetta. Poi ci guarda e ci sorride, forse è Dio.
Un'altra fuga mi porta nel vuoto, con l’occhio del sogno, oltre il ricordo. Incapace di inventare, né avanti né indietro, come l’asino di Sunis. Qualcosa che si mangia l’anima. Senza forma.
Annulla ogni possibilità di rimpianto, lasciami poche parole, un’ immagine di quella mattina quando andammo a fare un bagno vicino alle dune - tu mi guardavi mentre io disegnavo quadrati sulla sabbia- i lunghi silenzi e l’odore aspro del mare.
Toglimi questo buio, fatti di pura carne, c’è tutta la notte davanti e possiamo ancora tremare di voglia come gatti che puntano la preda, aspettare l’alba con la mente vuota che piano si riempie di torpore e sogni e ricordi nuovi.
Stavi seduta due file più avanti, ricordi? Per tutto lo spettacolo non feci altro che guardarti, nella poca luce che veniva dal palco e che di tanto in tanto rischiarava i tuoi capelli. Incrociammo i nostri sguardi, alla fine, e un sorriso impacciato mi fece dire cose senza senso, ti parlai di un mondo passato, delle antiche storie dei padri. E prima di salutarti ti dissi “Io sono il vostro poeta, signorina!”
Questa è l’ora in cui tutti dormono, siamo soli, possiamo riempire da soli questo poco tempo che resta sospeso. Da soli elencare le nostalgie da mettere in salvo.
Parlami, resterò qui, impalato, ad ascoltarti.
Poi, guardando questo strano disegno, inevitabilmente mi fisso su due lati del triangolo e continuo a vedere una "L" al rovescio. E' una illusione ottica, evidentemente, ma nella testa (malata) si forma quest'altra frase: AI LATI LA "L" (al rovescio)
Un triangolo rettangolo, la "L" aerea...
insomma L'ALITALIA
Il finanziere SOROS potrebbe essere un predestinato.
Avevo sperato di non giocare con le parole. Avevo creduto, fino all'ultimo, di non dover mai dire: Manca: l'alternativa di sinistra.
E invece eccomi qui, con lo spettro che si aggira.
Perché ho sempre votato a sinistra.
Perché non riesco neppure ad immaginarmelo un paese senza la sinistra.
E lo so, lo so, che il centro dello scontro politico si può situare anche altrove, che le battaglie si potranno combattere fuori dal parlamento, che c’è bisogno di una ricostruzione. Lo so, ma io non riesco neanche a sopportare l’idea che la Sinistra non abbia una rappresentanza politica. Perché questo paese ha avuto il più grande Partito Comunista in Europa.
Perché nei giorni scorsi sono morti altri tre lavoratori, qui in Sardegna. E l’ultimo l’hanno trovato, dopo molte ore, con la testa dentro un tombino di un parcheggio sotterraneo. Con la testa immersa nell’acqua. E ho pensato a Narciso che non vede più la sua immagine, alla solitudine degli operai.
Perché sono stanco di sentirmi ripetere che il progresso si misura col Pil.
Perché non mi piace il modello liberista. Perché non mi piace il modello americano. Perché non mi piace una legge che prevede 43 possibilità di sfruttamento. Perché mi fa paura le parola “meritocrazia”. Perché mi spaventa la detassazione del lavoro straordinario.
Perché metà della mia famiglia è in cassa integrazione.
Perché sono cresciuto con Pintor e da ragazzino vendevo l’Unità ma leggevo il Manifesto.
Perché sono sempre stato dalla parte di Pietro Ingrao.
Perché mi sembra assurdo che venga definito conservatore uno che vuole difendere la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori.
Perché non c’è niente di progressista nel lavoro precario e nelle nuove forme di caporalato.
Perché sono, come sempre, combattuto dal dubbio e dalle contraddizioni. Ma sono sempre stato così.
Perché non riesco a separare la politica dalle emozioni.
Perché Polanca, ieri, mi ha detto: “E’ un voto utile. E se non lo sarà stavolta, forse non lo sarà mai più.” E mentre lo diceva, parlando lentamente, ho avuto la sensazione che la sua voce fosse più debole, quasi un soffio. Mi è sembrato di vedere i suoi occhi farsi più lucidi.
Ma no, questo è impossibile.
Sono sopravvissuto a uno scambio di vedute con la mia fidanzata, ma ancora ne porto i segni, ho la testa incasinata come i ripiani del mio frigorifero. Per un po’ cerco di capire cosa ho sbagliato, faccio l’analisi del testo:
-Tu non mi ami più come una volta.
-Ma certo che ti amo.
-Allora perché non mi guardi negli occhi, mentre parli?
-Ma stavi guardando la tv!
-E poi hai usato quell’espressione…
-Che espressione?
-Hai detto “rocambolesco”.
-E allora?
-Lo hai detto in modo strano, senza passione.
-Rocambolesco.
-Ecco, adesso l’hai pronunciato nel modo che tanto mi piaceva. Ma non vale più, ora stai fingendo.
Rocambolesco, rocambolesco, rocambolesco. Lo ripeto all’infinito, con tutte le varianti possibili. Niente, non riesco a ricordare come parlavo sei anni fa.
***
Vado da Polanca, penso che possa aiutarmi.
-Ciao Polà.
-Ciao.
-Senti, sono confuso.
-Per il voto? No, io ho tutto chiaro.
-Cioè?
-Andare a votare è un diritto, è la più alta manifestazione della democrazia. Anche astenersi è un diritto, un’altra opzione della democrazia: l’astensione come scelta, andarsene al mare con una consapevole e democratica ragione.
Col voto utile incidi ancora di più, contribuisci con un maggiore peso specifico all’esito della consultazione democratica. Però il voto per il partito che preferisci, senza troppi calcoli di bottega, è quello più libero, e nel voto devi essere libero, in un paese democratico. Votare scheda bianca non è come astenersi, perché andando comunque a votare assolvi al tuo dovere di cittadino e tuteli la segretezza del tuo voto, che è un principio altamente democratico. Anche annullare la scheda potrebbe andar bene e in più puoi lasciare un segno del tuo voto, magari scrivendo sulla scheda una frase che parla della democrazia tradita. Oppure si può rifiutare la scheda e far verbalizzare le ragioni del proprio rifiuto. In questo modo dai un apporto costruttivo, fai valere le tue ragioni insieme ad altri che faranno la stessa cosa in nome della democrazia.
-E dunque?
-Mi sento molto democratico. Voglio unire tutte queste possibilità e praticarle tutte insieme.
***
Ma perché le promesse a Sant'Anna si chiamano ex-voto e la Sant'anché chiede il voto in cambio di promesse?
***
La mia professoressa di chimica al liceo, ad ogni lezione sull'atomo, diceva:
- Con gli ioni ci siamo lasciati e con gli ioni ci ritroviamo.
E pensare che da quell'uovo poteva nascere un pulcino. Ah, la cultura della vita.
Dice, centrato. Vabbè, facile, anche Calloni (ve lo ricordate Calloni?) avrebbe segnato.
Poi pomodori. E Pizza. E bufale. E la margherita non c'è più. Il mandolino, voglio il mandolino, ridatemi il mandolino.
Allora, proprio quando volevo fare una pennichella, proprio quando stavo per cedere al sonno ristoratore (no, ristoratore non va bene, parlando di tutte queste cibarie magari mi entra nel sonno uno che mi rifila un calzone ), proprio mentre stavo per concedermi a Morfeo, mi arriva una musica dalla finestra. Poi una voce amplificata da trentamila w. Anzi, no, W.
Non capivo cosa stesse succedendo. Però improvvisamente il tempo è diventato un po' bello e un po' nuvoloso. Avevo ancora sonno ma ho sentito che mi era passato, tifavo sempre Cagliari ma anche Torres e Provercelli, era l'ora legale ma non avevo ancora spostato le lancette, un po' era nero un po' era bianco. Che cosa? Che cosa cosa? Che cosa un po' bianco e un po' nero? Il pensiero. Confuso, confuso.
Allora mi sono alzato. Poi mi sono ricoricato. Alla fine mi sono alzato e mi sono messo a pelare delle patate. O forse erano melanzane.
Alla fine ho aperto la finestra, mi sono affacciato e ho visto due che passavano. Uno diceva: "Però è stato bravo bravo uolter, nel comizio." L'altro, invece diceva che forse non era uolter.
Nì, nì, nì, ripeteva il primo.
E' tutto strano, a Sunis non era così.
Dev'essere che qualcuno mi ha visto. Perché oggi un tale mi ha scritto. Un pelato. Pomodori, patate? Nooo, uno che mi scrive "alzati!" ... no, "e cammina", non c'era scritto. E poi i pomodori non hanno tutti quei denti.
Deve avermi visto durante la fase di indecisione mi sdraio/mi alzo. Col pugno chiuso levato al cielo, me lo dice. E mi dice anche che ha iniziato un'avventura rivoluzionaria. E' rinata Lotta Continua?
No, questo io l'ho già visto, mi ricordo di un pelato coi capelli disegnati.
Allora ho preso una patata che mi era avanzata e col pennarello le ho disegnato un ciuffo: ecco chi sei!
Mi capitò di leggere
di leggère giacche
e di una scia di lacche
sulle teste di lacchè;
di principi e di scià che perdono la meta,
di legami da tenere con le tenere metà.
Giacché subito ho subìto
i princìpi del perdòno
però il còmpito ho capito:
testé compìto passerò
sopra un purè di pure
sui pattini e i pattìni
col passero sul pero
i dòmini e i domìni.
Sul canone e il canòne
il gatto col gattò
su fòrmichè e formìche
e lo scampo che scampò
all'amo che l'amò.
Su tèndine e tendìne
su pròtesi e protèsi
su rètine e retìne.
Poi la farò nel faro
della baia di Baia
sul canapè di canape
e la bàlia in mia balìa.
Perché Polanca è fatto così. Se ne può stare ore e ore senza spiccicare parola, muto come la campana senza batacchio della chiesetta di San Pietro. Con quello sguardo che ti fa sentire inutile, un’aria eternamente annoiata che alla lunga può risultare indisponente.
Era così anche quando andavamo a caccia di nidi, ai tempi della nostra prima amicizia, nelle campagne di Sunis. O quando stavo a parlargli dei miei primi innamoramenti, nei pomeriggi senza fine delle estati al mare, dentro i lunghi riverberi del tramonto. Fissava il cielo, Polanca, poi ogni tanto mi guardava, fra lo storto e l’annoiato. Senza dire niente, ascoltava e basta.
L’altra sera c’era anche lui al bar di Canneddu. Con Gavino Palighetta parlavamo delle elezioni politiche, della scarsa voglia di andare a votare. Una discussione che non portava da nessuna parte. Io sostenevo che chi era di sinistra doveva votare a sinistra, Gavino continuava a ripetere che la cosa più importante era il prezzo della benzina, altro che cazzi. Da lì non lo smuovevi. Diceva che col controllo del petrolio si poteva tenere sotto scacco il mondo intero e che io mi preoccupavo solo del misero cortile di casa. E che si era stufato, diceva.
Ma tu la vuoi salvare o no la democrazia. Certo, ma vorrei salvare anche il pianeta. Le cose non sono separate. Cose così.
Nelle brevissime pause cercavo di capire come la pensava Polanca, cercavo di intuire qualcosa dall’espressione dei suoi occhi, un moto delle sopracciglia, un cenno delle labbra. Niente: sembrava immerso in un pensiero che non era di questa terra, come se avesse staccato la spina o messo le cuffie per isolarsi dal nostro cianciare. Si muoveva solo per accendersi una sigaretta dietro l’altra e versare la birra, appena vedeva i bicchieri a metà.
A un certo punto, infastidito dalla sua ignavia così palesemente ostentata, interrompo un ragionamento sul voto utile e gli chiedo: “Ma tu, Polà, cosa ne pensi?”
“Niente.”
”Come, niente? Avrai un’opinione! Stiamo parlando da tre ore e tu manco ci degni di una smorfia, neanche un “crepa.”
” Ma tanto, anche se te lo dico, a cosa serve? Non cambia niente. Niente.”
” Beh…serve ad arricchire la discussione, magari con un altro punto di vista, che ne so.”
Non risponde. Mi offre una Camel e ripiomba immediatamente nella sua apatia, si isola, come prima.
Noi continuiamo ad argomentare, ancora un poco, finché non subentra un po’ di noia. La questione del voto disgiunto ci dà la mazzata finale. Sfiancati, stabiliamo di andarcene, sono le due di notte.
Polanca abita vicino a casa mia, così decidiamo di fare a piedi la strada, anche se Palighetta insiste per accompagnarci in macchina.
Camminiamo, in silenzio. Fa freddo. L’aria è carica di umidità, le vie della città sono deserte e tristi come sempre, illuminate da pochi lampioni giallo-depresso, freddi e spettrali come lune d’autunno. Con le mani affondate nel giaccone di pelle e lo sguardo attaccato ai lastroni del corso, Polanca zoppica, trascinando la sua gamba più corta colpita dalla poliomielite. Mi concentro sul ritmo asincrono della nostra andatura e ho un brivido, nel sentire quell’unico suono controtempo, sento una sensazione di irrealtà che segue i miei passi. La solita malinconia mi spinge alle spalle. Mi interrogo sull’inutilità della vita passata così, che trascorre senza chiederti un parere, un giorno uguale all’altro, nella ripetizione dei nostri ruoli all’interno del gruppo. E mi pento di tutte le chiacchiere vane della serata, troppe e banali, quando tutto sembra perduto.
Per fortuna, per oggi, l’unica parola che dovrò ancora dire è ciao - penso - la stessa che sentirò da Polanca, non c’è rischio che lui mi chieda qualcosa che serva a interrompere questa pena. Lui, questa specie di Mammutone sordomuto cui voglio così bene senza sapere perché, non spreca parole. E forse fa bene.
Stiamo per arrivare sotto casa sua, cerchiamo entrambi le chiavi, prima di entrare nel buio dei nostri cortili da edilizia popolare.
D’un tratto si ferma, mi poggia una mano sulla spalla e comincia a parlare, come se volesse rispondere a tutti i pensieri che mi attraversano.
“Bisogna fare Il monte degli sfigati, mi fa, serissimo. “Loro fanno L’isola dei famosi, noi facciamo Il monte degli sfigati. Tanto, di questi tempi, se non fai un realitisciò non ti caga nessuno. Chiamiamo anche Bulgaria e Polso e ce ne andiamo sul Monte Ortobene. Ci accampiamo lì, ci vestiamo di pelli di capra e andiamo a porcini e a caccia di conigli, troveremo qualcosa da mangiare. L’acqua c’è, le sigarette ce le portiamo. E invece di giocare a Robison Crosue facciamo la civiltà dei neo-nuragici. Dobbiamo solo chiedere a qualcuno di informare Tele Tremula, figurati se quelli non vengono a riprenderci, imitano qualsiasi minchiata dalle televisioni nazionali. Ci facciamo crescere la barba, per qualche giorno emettiamo solo dei grugniti e ci muoviamo come i primitivi. In poco tempo faremo notizia, sono sicuro. Magari troviamo anche un lavoro. Poi, quando cominceranno con le stronzate delle eliminazioni e ci chiederanno di indicare chi vogliamo salvare, scriviamo tutti la stessa cosa: La costituzione italiana, i diritti umani, la sinistra. E le passeggiate di notte con un mio amico che ascolta i silenzi e si crede un poeta .
Ridiamo, sguaiati, senza riuscire a fermarci, facendo dei versi da scimmia. Per augurarci un buon sonno ci mandiamo a quel paese, fanculo e fanculo.
Quando gli volto le spalle per andarmene, lo sento che fischietta l’Internazionale e che impreca, con molte U, contro l’oscurità e la serratura del portone.
Continuo quel pezzetto di strada che mi è rimasto da fare. Penso che Polanca, per tutta la sera, ha ascoltato tutto, registrato tutto, anche i miei pensieri del cazzo. Sorrido da solo, mentre una nuvola fa spazio alla luna.
Nell’ascensore ripeto a me stesso che Polanca è fatto così.
La scrittrice Eva Carriego, in arte Eva Carriego, è l'unica donna al mondo che ha guardato a fondo nel mio cuore. Ne ha ascoltato i palpiti, le pene. E me l'ha mostrato: questo è il tuo cuore.
Ho visto delle onde con la cresta bianca, un mare in tempesta.
Un triangolo che non è l'occhio di Dio ma sembra che veda tutto.
Un alberello di Natale con addobbi azzurri e rossi.
Ho sentito un suono che mi ha emozionato. Come una risacca, come una musica di Philip Glass, più del vento sul monte Ortobene.
Non ricordo se ha detto tenero o duro, la dottoressa. Ha detto che lavora molto, il mio cuore.
Ricordo che è stato bello. E lei, la dottoressa Carriego, la donna di cuori, era bellissima.
Grazie Dottorè.
Come quando stai per uscire di casa sei in grave ritardo e non trovi le chiavi e controlli ovunque senza trovarle. Per accorgerti, dopo cinque minuti, che le avevi in mano.
Come quando sempre con quel ritardo scopri che il caffé non viene su perché non avevi messo l’acqua nella moka.
Come quando al matrimonio di tua cugina ti casca un gamberone sull’abito nuovo che avevi acquistato per il matrimonio di tua cugina.
Come quando sta per iniziare la partita e ti suonano al citofono: ciao sono tua zia Guendalina.
Come quando aspetti in linea per mezz’ora con l’orribile musichetta e la voce ti dice che hai acquisito la priorità e poi senti solo tuu-tuu.
Come quando il distributore automatico dice prodotto esaurito prodotto esaurito prodotto esaurito…ventiquattro volte.
Come quando la Sampdoria pareggia col Cagliari al novantaduesimo.
Come quando hai dato una leccata al gelato e uno da dietro ti da una pacca sulle spalle e le due palline di panna e cioccolato fanno plop sull’asfalto. “Non fa niente, non fa niente.”
Come quando fa splat sul pavimento la torta alla crema che avevi preparato con tanta cura.
Come quando hai scritto per due ore un racconto che ti sembra ben costruito e manca la corrente e tu non avevi detto Salva.
Come quando l’hai corteggiata per un mese e accetta un invito a cena e ti confida di essere innamorata. Di un tale che conosco.
Come quando vai a raccogliere funghi e non ne trovi e allora pensi di tornare a casa cazzo mi son perso.
Come quando il signor Pilloni ti dice con un sorrisetto che aveva parcheggiato in seconda fila perché pensava che.
Come quando hai un tir davanti nella provinciale che porta a Sunis.
Come quando ti dicono voto utile voto utile.
Come quando fuori piove.
S’appedhu chi segat sa conca
arribat dae segus
sas dentes puntzudas in sa carre
sa este ‘e sonazzu
dae sa trapa ‘e sa janna
a dereta ‘e sa loriga.
De nottes chene fine frittas
unu cane cun su entu
currinde in carrela
longa chene isteddos e
e in s’iscuriu pantamas.
De gherras contra a su cuccumiau
chi cantat e sulbiat
e narat de iscrituras e ocrumalu
cando Deus juchiat sas lavras pistadas.
De izzadoldzos in muros biancos
unu bobboieddu chi s’arrimat e mi pompiat.
A pustis torra iscrituras
pisedhu in sa domo ‘e su riu.
Inue ses, Polanca, commo chi sa conca s’aperit
che melagranada
commo chi chirco sa dominiga a manzanu
pro jocare a bardofula e faeddare
cun megus ebbia
a boghe manna.
Su mudiore ‘e su tzintzigorru
est comente sa solidade de Hrabal
innoghe
sa mente boida
nudha ite ‘e pianghere.
........
Il latrato che rompe la testa
arriva da dietro
i denti aguzzi nella carne
l’abito suono
dalla fessura della porta
a destra sopra la maniglia.
Di notti infinite e fredde
un cane col vento
che corre sulla strada
lunga senza stelle e
e nel buio i fantasmi.
Di dure battaglie a gufi invisibili
che cantano e soffiano
un salmo stonato del malocchio
a Dio dalle labbra tumefatte.
Di veglie con pareti bianche un insetto che avanza
e si ferma e mi guarda. E poi di nuovo il Salterio
bambino nella casa sul fiume.
Dove sei Polanca ora che il mio cranio si spacca
ora che cerco la domenica mattina
per giocare a bardofula e parlare
con me stesso
a voce alta.
Il silenzio delle lumache
è come la solitudine di Hrabal
qui
la mente vuota
niente da piangere.
Come si può sentire un bobbotteddu al cospetto di cotanti personaggi? Spaventato, è ovvio: non so se mi reggeranno le gambe. Mi porterò i sali. E molti tabacchi.
qui ho messo un piccolo trailer, con le musiche del grande Tom Waits. Lì ci sarà un altro grande, Gavino Murgia nostro. Assieme a quei mostri della Dettoressa carriegò e del Maestro giorgioflà.
E' presto detto, fu colpa della Smorfia. Sì, di quella specie di libro dei sogni da cui si ricavano numeri fortunati, i numeri della vita, come crede qualcuno.
Perché io, fino a quel momento, non ci avevo mai neppure pensato al gioco del lotto e avrei continuato a ignorarlo bellamente se a un tratto non si fosse diffusa la voce che Antioco Dibbidobbo, alla fine dei suoi giorni, stava vedendo gli spiriti. Avrei continuato a condurre la mia vita tranquilla da impiegato comunale, se quella voce non fosse diventata l'argomento di conversazione preferito dei miei compaesani.
Da un po' di tempo non si parlava d'altro a Tresinnoghe: “Eja, l'at intesu su dottore, eja, l'at nadu fintzas su pride, eja, ti naro chi er gai”.
Proprio così, erano stati il medico condotto e il prete a mettere in giro la notizia. Il primo andava a visitare il vecchio sul letto di morte e somministrargli l'ennesima dose di acqua zuccherata dall'effetto placebo; il secondo, che non vedeva l'ora di dargli l'estrema unzione e incassare la somma che i parenti gli avrebbero elargito per la messa funebre, stazionava a casa del moribondo un giorno sì e l'altro pure. Ma Antioco Dibbidobbo, di morire, proprio adesso che gli mancavano due mesi al compimento del centesimo anno di età, non voleva sentirne parlare e ogni volta che vedeva quel corvo del prete ritrovava la forza di sollevare la mano destra e chiuderla lentamente, lasciando ben dritto solo il dito medio. E da qualche giorno aveva anche ricominciato a parlare, a fare i nomi di persone del paese passate a miglior vita e a pronunciare altre cose senza senso. Per Don Ungredda non c'erano dubbi: stava vedendo le anime dei compaesani che lo chiamavano da quell'altra parte.
“E vede le ciambelle?” aveva chiesto la figlia di Antioco.
“ Perchè, ha detto anche ciambella?”
“Sì, ha detto ciambella e mediocredito. E anche dopolavorista. Cosa c'entra con l'aldilà?”
Il reverendo aveva risposto che la fede è un mistero, che la morte è un mistero, che il trapasso è un mistero. E che a certe cose non era necessario dare spiegazioni.
Il medico, invece, aveva detto che era un mistero il fatto che il centenario continuasse a campare ancora, nonostante tutta l'acqua zuccherata che gli aveva fatto bere.
Presto, in casa di Antioco Dibbidobbo le visite al malato si moltiplicarono. Tutti volevano sentire il vecchio, tutti volevano assistere a qual fenomeno paranormale. E qualcuno cominciò a scrivere le parole in un quaderno. Per interpretarle, si disse. O per metterle in relazione fra di loro, come voleva fare Maria Vulana, la maga di Tresinnoghe esperta di segni e di cabala.
Dopo dieci giorni, però, Maria Vulana disse che doveva studiare ancora, c'erano cose che non era riuscita a spiegarsi, e che alcune parole lei non le aveva mai sentite prima, come “galoscia”, per esempio.
Così il vecchio proseguì la sua speciale battaglia contro la "comare secca" e per altre due settimane continuò ad arricchire il dizionario della megera.
Un sabato pomeriggio, facendomi vincere dalla curiosità, andai anch'io a fare visita al matusalemme. Accompagnato da una nipote, mi presentai al suo cospetto e con fare molto riservato, parlando sottovoce, gli chiesi come stava e gli augurai una rapida guarigione. Lui non rispose. Teneva gli occhi aperti ma era come immerso in un altro mondo. Allora gli sfiorai una mano e volendomi congedare con una frase piena di saggezza gli dissi : “A kent'annos, ti' Antiò, che possiate campare fino a cent'anni”. Subito mi resi conto della gaffe, ma pensando che non mi avesse neppure sentito, feci finta di niente. Lui, però, continuando a guardare nel vuoto, alzò il dito medio in direzione del soffitto e subito cominciò a pronunciare una di quelle serie di parole che tanto avevano fatto discutere il paese. Non le afferrai tutte, poiché la sua lingua era ormai legata dalla debolezza e dal deperimento, ma alcune le scandì con voce più ferma: carciofo, gavotta, partenopeo, rutilio, benincasa.
Fu una polverosa enciclopedia ad aiutarmi. Tornato a casa, sfogliai le pagine dei tomi dimenticati nello scaffale, alla ricerca delle parole del vecchio, e con mia grande sorpresa scoprii che Rutilio Benincasa era un matematico del cinquecento che aveva elaborato alcune tavole numeriche attraverso le quali, secondo la credenza popolare, sarebbe stato possibile prevedere l'uscita dei numeri al lotto. Eccola la soluzione: Antioco Dibbidobbo ci stava suggerendo i numeri da giocare!
Senza aspettare oltre, decisi di recarmi alla vicina ricevitoria del signor Bonaventura Corricocco, pronto a fare una puntata sulla ruota di Napoli. Lì, vicino alla macchinetta delle scommesse c'era, a disposizione dei clienti, una nuovissima edizione della smorfia. Lì avrei potuto cercare i numeri corrispondenti alle parole che avevo bene impresse nella mente.
Arrivato sul posto, però, il tabaccaio mi disse che il libro l'aveva chiesto in prestito Maria Vulana : “Ha detto che le serviva per studiare alcune cose, lo riporterà stasera.”
Erano quasi le diciannove, mancava pochissimo alla chiusura delle giocate, non potevo aspettare. Allora andai dalla megera.
“Ho bisogno di dare uno sguardo alla smorfia”, dissi.
“Hai fatto un sogno?”
“No, ho alcune parole del vecchio.”
Maria Vulana fece spallucce e mostrando i suoi pochi denti cariati mi rivolse un sorriso sprezzante: “Credi davvero che ti possano tornare utili? Con tutte le cose che dice quel rincoglionito, i numeri dovrebbero essere ben più di novanta!”
“Magari a me ha dato quelli fortunati, non si può mai sapere. E tuttavia voglio provare.”
La maga, senza aggiungere altro, si diresse in un'altra stanza e poco dopo ricomparve con il libro che cercavo.
“Dimmi, quali sono queste parole magiche?”
“Carciofo...”
“Carciofo fa 37. Poi?
“Gavotta...”
“Gavotta fa 20”
“E partenopeo.”
“Partenopeo è 18. La ruota la sai già?”
“Credo di sì.”
“Buona fortuna allora”, aggiunse, con uno sguardo evanescente.
Annotai tutto su un foglietto e senza troppa convinzione ringraziai Maria Vulana: mi sembrò strano che la vecchia avesse trovato così in fretta i numeri, senza dover sfogliare troppe volte il libro. Ma non c'era tempo di farsi venire altri dubbi, mancavano solo cinque minuti alla chiusura delle puntate e perciò mi precipitai di corsa alla ricevitoria. Puntai venti euro, su un terno secco.
Più tardi, con l'ansia che mi divorava, con le farfalline che mi svolazzano dentro lo stomaco, mi incollai al televisore per seguire in diretta l'estrazione dei numeri. La bonazza di turno parlò: Napoli: 20-58-38-62-54.
Niente, era uscito solo un numero, la gavotta: le mie solide speranze si sciolsero come neve al sole. Non me la presi più di tanto, in fondo ero sempre stato un uomo molto razionale e considerai che quella smania di vincita era stata, a ben giudicare, uno sbandamento, una pericolosa perdita dell'equilibrio. E così, nei giorni seguenti, dimenticai l'accaduto.
Tresinnoghe è un paese di poche anime, le notizie si diffondono in un battere di ciglia. Non passarono molti giorni prima che cominciasse a circolare la voce che Maria Vulana era stata vista nell'ufficio di corrispondenza della banca, mentre consegnava al direttore un tagliando del lotto e firmava alcuni fogli. Qualcuno disse che con i suoi poteri la maga poteva vincere tutte le volte che voleva, altri affermarono che era stato solo un colpo di fortuna, sebbene immeritata. Io, semplicemente, feci due più due.
Tornai da Bonaventura Corricocco e, di nuovo, gli chiesi di poter consultare il libro della smorfia.
“Stai sognando molto eh!”
“No, è solo una curiosità.”
“Prego, fai pure.”
Afferrai il volume e cominciai a cercare. I pochi dubbi che mi rimanevano si chiarirono in pochi secondi: le pagine in corrispondenza della lettera C e della lettera P erano state strappate. Non dissi nulla al tabaccaio, feci una puntata da niente, per giustificare la mia richiesta e lo salutai.
La mattina dopo ero a Biddalonga, la cittadina più vicina a Tresinnoghe. Trovare una libreria fornita e acquistare la versione aggiornata della smorfia, la stessa di Bonaventura Corricocco, fu un'operazione semplice e neppure tanto costosa, visto che il libro lo davano a metà prezzo. Un'ora dopo ero a casa che ripetevo i numeri 62 e 54, gli altri due che erano usciti sulla ruota di Napoli la sera della mia giocata. Ero lì, seduto sul divano, che cercavo di capire che cosa significassero le parole corrispondenti a quei numeri: ammazzare, pungere.
Io lo capii. Non credo che l'abbia ancora capito il maresciallo dei carabinieri di Tresinnoghe. Si starà facendo ancora un sacco di domande sul mistero dell'assassinio di Maria Vulana, uccisa così barbaramente e infilzata da tante spine di carciofo. Si starà chiedendo chi fosse quell'ombra che qualcuno ha visto passare, nella notte fra il tredici e il quattordici di febbraio, vicino alla casa della strega, vestito da Pulcinella. E, assieme a tutti gli altri, non sarà ancora riuscito a capire come mai, Antioco Dibbidobbo continui a ripetere Maria Vulana, Maria Vulana, Maria Vulana. E a ridere, come se la morte gli facesse il solletico sotto i piedi.
C’era un solo campo ma il posto era fantastico, isolato, immerso nel verde, a pochi chilometri dalla città. Per trovare posto dovevi prenotare almeno una settimana prima. Il gestore ti diceva se in quel giorno e a quella determinata ora c’era qualcuno disposto a fare una partita con te, tu passavi a casa sua, lasciavi un tuo documento e lui ti dava le chiavi dell’impianto. Per due ore potevi giocare in assoluta tranquillità, circondato dagli alberi e sovrastato da un cielo sempre azzurro. Certo, ti poteva capitare anche un avversario scalcinato ma tutti i miei amici del club avevano appeso la racchetta al chiodo già da qualche anno e io non ero ancora riuscito a domare la passione per il tennis. Perciò la nutrivo così, contro giocatori solitari e sconosciuti.
Quel giorno mi capitò un vecchietto di oltre settant’anni, un certo Amedeo, uno di quei pensionati che non si arrendono alle leggi della natura. Appena lo vidi pensai che forse aveva accompagnato un nipote, invece mi si fece incontro e tutto saltellante mi chiese: “Al meglio dei tre set?” “Vada per i tre” risposi, sforzandomi di fare buon viso alla cattiva sorte.
Ci scambiammo una stretta di mano e senza perdere altro tempo cominciammo a palleggiare.
Tirai subito due rovesci incrociati che andarono a rimbalzare all’incrocio delle linee di fondo, così, tanto per mettere le cose in chiaro e fargli capire che forse per lui era meglio la bocciofila. Per tutto il riscaldamento passò più tempo a raccogliere palline in fondo alla recinzione del campo che a colpirle con la racchetta. Ma nonostante questo continuò a sorridere, a saltellare come una cavalletta su quelle gambe magre e rugose. E dopo cinque minuti volle iniziare la partita.
“Ti lascio la battuta, io scelgo il campo.” Mi disse.
Gli rifilai quattro servizi vincenti, riuscì a malapena a toccarne una, steccandola maldestramente. Poi cominciai a farlo correre da una parte all’altra, incrociando i colpi o arrotando la palla con dei topspin che lo facevano finire quattro metri altre il campo. Infine lo irrisi con due o tre drop-shot che andarono a spegnersi a un centimetro dalla rete. Sei a zero, in meno di dieci minuti.
Amedeo però continuava a sorridere e a sgambettare, sembrava che il risultato lo interessasse ben poco.
Quel ghigno eternamente stampato e la sua contentezza da bambino al luna park, dopo un po’ mi provocarono un certo fastidio. Forse fu per questo che cominciai a deconcentrarmi e a sbagliare qualche colpo. O forse fu il fatto che improvvisamente il vecchietto iniziò a rimandare la palla dalla mia parte. Palle sporche, colpite con movimenti scoordinati, ma che mi costrinsero, alla fine, a cedere il terzo gioco del secondo set.
Da lì in poi, come per incanto, la partita cambiò: io mi innervosii sempre di più, Amedeo si trasformò in un “pallettaro” che avrebbe fatto perdere la pazienza anche al biblico Giobbe. Cominciò a prendere le linee, a colpire il nastro a imprimere degli effetti casuali alla palla. E a fare punti, uno dietro l’altro, fino a vincere il secondo set al tie-break.
Non riuscivo a crederci. Allora mi misi a tirare delle vere e proprie bordate. Ma più forzavo e più sbagliavo. E più sbagliavo, più mi innervosivo. Riuscii a commettere otto doppi falli, a fallire le volèe più elementari, a mandare fuori tutti gli smash. A perdere sei a zero.
Non dissi nulla. Gli feci i complimenti e abbozzai un sorriso.
Nello spogliatoio, poco prima di andar via, Amedeo si avvicinò e mi diede una pacca sulla spalla. “Il vero segreto è la tenacia” mi disse, sempre con quel ghigno. “Non basta la tecnica, ci vuole tenacia e pazienza. Come nella vita.”
“Stai zitto, stupido vecchio” pensai dentro di me. E invece lui continuò, con l’aria spavalda di colui che ti ha appena dato una lezione e che vuole infierire sul tuo ego sanguinante.
Non smise neppure quando gli palesai il mio totale disinteresse con un silenzio che era più esplicito di ogni possibile replica. Non smise neanche quando finsi di telefonare a una mia amica per un altrettanto finto appuntamento serale. Continuava a parlare, a dare consigli, a pontificare sul gioco del tennis e sul significato della vita.
Riuscii a farlo tacere solo con un colpo ben assestato sulla nuca, mentre rimetteva a posto le sue racchette nel borsone. Due corde della mia Wilson si spezzarono, ma lui non emise neppure un grido. Caricarlo nella sua macchina e metterlo al posto di guida mi costò una certa fatica, nonostante pesasse solo una cinquantina di chili. Spingere l’auto fino alla scarpata fu invece un gioco da ragazzi.
Io me ne stavo per fatti miei, a leggere la cronaca di Nughes, al solito bar. Ero tutto preso dalla polemica sul carnevale, tradizione contro innovazione, Mamuthones contro Simpson.
Proprio in quel momento entra uno che non avevo mai visto da queste parti. Si ferma vicino al bancone e comincia a fissarmi. Si avvicina e mi chiede se può sedersi al mio tavolino. Ho pensato: questo è uno di quelli che soffrono di qualcosa. Mi sembra che ho pensato anche: la solitudine in questa città gioca dei brutti scherzi.
“Se proprio vuole…”
Si siede e non dice niente. Io ho continuato a leggere il giornale, al diavolo l’ospitalità barbaricina.
Poi, dopo che era passato un po’ di tempo - un bel po’, visto che ero arrivato ai risultati della seconda categoria girone F- il tipo attacca discorso. Tutto quello che mi ricordo è che parlava in modo strano. E che ci fu un breve e stravagante dialogo.
L’ho guardato in faccia. Aveva un sacco di nei. Ma non veri, erano tutti disegnati con un pennarello nero. Mi è venuta una strana nausea. Poi il terrore si è impossessato di me. Mi sono alzato di scatto e ho abbandonato il locale. Ho corso come un matto fino a casa. Ma neanche a casa mi sono sentito tanto al sicuro. Allora ho preso una camomilla. La televisione non sono riuscito a guardarla.
Un ricco appartamento, un lussuoso salotto. L’uomo e la donna indossano abiti eleganti. Seduti sul divano, guardano, immobili, un televisore spento.
L’uomo: Questa è la settimana.
La donna: Sì. pausa
L’uomo: Questa è la settimana della memoria.
La donna: Già. silenzio
La donna: Questa.
L’uomo: Già.
La donna: Ci dobbiamo ricordare.
L’uomo: Sì. pausa prolungata
La donna: Questa è la settimana.
L’uomo: E’ vero. silenzio
L’uomo: Dobbiamo ricordarci.
La donna: Sì. silenzio
L’uomo: Che hai detto?
La donna: Niente.
Buio. Sipario.
Poi c’era quel tale che ripeteva continuamente “come dire”. Lo aveva conosciuto mia moglie, credo a un convegno del suo partito o ad una di quelle conferenze di cui lei andava matta. Ci aveva fatto amicizia e alla fine l’aveva presentato pure a me. L’avrò incontrato sì e no quattro o cinque volte e fin dalla prima occasione non mi fu troppo simpatico. Sapeva tutto, aveva una spiegazione su ogni cosa e non c’era argomento per cui non avesse pronta una citazione di qualche scrittore. Tu stavi parlando di carciofi e lui ti citava il tal filosofo, dicevi che vino beviamo e lui ti parlava di D’Annunzio. Ma a me che me ne fotte di D’Annunzio?
Mia moglie diceva che era uno molto preparato, a me sembrava un fesso. E poi continuava con quel “come dire”. Lo diceva in continuazione, faceva una pausa e ce lo infilava anche quando non c’entrava una beata mazza. Anch’io dicevo un sacco di cioè all’interrogazione d’italiano, ma avevo quindici anni. Lui invece ne aveva una quarantina. Oggi il vento è…come dire…più forte; la situazione politica è…come dire…in evoluzione. Mi veniva da vomitare. Era peggio di quelli che quando ero giovane ripetevano “nel momento in cui”. Peggio degli uuumm uumm di Buttiglione durante i dibattiti televisivi. Ci avete mai fatto caso? Emette quel suono strano che non si capisce da dove provenga.
Che nausea!
Una sera mia moglie lo invitò a cena. Fin dagli antipasti non si parlò d’altro che della sua esperienza politica, della sua visione dei processi di trasformazione della società contemporanea e balle varie. E decine di come dire. Dopo dieci minuti mi rifugiai in bagno a vomitare.
No, non ce la facevo. Fu una vera tortura. Durò un’eternità.
Poi, verso l’una di notte, dopo il mio settantesimo sbadiglio, disse che forse era arrivato il momento di tornare a casa. Mia moglie disse che era ancora presto. E lui riprese con le chiacchiere. Io di nuovo in bagno.
Alla fine arrivò il momento di concludere quella magnifica serata. E lui era arrivato a piedi e non c’erano più mezzi pubblici a quell’ora e faceva freddo e forse piovigginava un po’.
“Accompagnalo tu caro.”
“Ma no, non è il caso. Una passeggiata…come dire…mi farà bene.”
“Non mi costa niente, tanto non ho sonno. Vado a mettere un giubbotto.”
In quel momento il sonno mi era davvero passato. Quel giubbotto di pelle aveva delle tasche così grandi che una pistola col silenziatore ci stava a meraviglia. Come dire vaffanculo a meraviglia.
Se volete vi racconto di come ho ammazzato l’impiegato delle poste, tanto adesso non ho niente da fare. E poi è una storia breve, di quelle che si risolvono in fretta.
Alle poste ci andavo due volte al mese, come minimo: una volta per pagare le maledette rate della macchina e un’altra volta per spedire la solita raccomandata con l’assegno di mantenimento di mia moglie. Non ci andavo molto volentieri.
Mi capitava sempre lo stesso impiegato. Nonostante ci fossero sportelli diversi, uno che si occupava di pagamenti, un altro di informazioni, un altro di spedizioni e così via, beh non so come io venivo chiamato sempre da quel tizio arrivato dall’Abruzzo. Evidentemente lo facevano ruotare, non so, fatto sta che cambiava sportello continuamente e mi toccava sempre con lui. Questa cosa può essere anche rassicurante, stabilire una conoscenza può far comodo, in un ufficio pubblico. Ma il tipo mi attaccava bottone e io non avevo nessuna voglia di familiarizzare. Pigafetta, Pifaghitti, non mi ricordo come si chiamava, aveva sempre un sacco di battute spiritose: “Tranquillo” mi diceva, “ce ne sono da pagare solo altre novantotto!” E rideva. “Queste, invece, non finiranno mai, le ex mogli sono immortali!” E rideva. Poi aggiungeva sempre “ajò!”, così a mo’ di saluto fra amiconi.
Io non lo calcolavo neanche un po’, ché solo il cognome mi dava fastidio, mi faceva pensare alla figa secca. Stavo zitto. Lui rideva lo stesso.
Ma per questo forse l’avrei anche perdonato, il mondo è pieno di sempliciotti con l’umore sempre a palla. Il fatto è che aveva una faccia da babbeo che secerneva grasso da tutti i pori. Aveva i capelli unti e la giacca sempre spolverata di forfora. Non vedevo l’ora di concludere l’operazione, ogni volta, la vista del tipo era una tortura che si aggiungeva al martirio.
Dopo qualche mese cominciai ad incontrarlo anche fuori. Al bar della piazzetta, la sera, dopo un po’ che ero lì, arrivava anche lui. E ajò qui e ajò lì, e ajò come stai e ajò ridi che mamma ha fatto gli gnocchi. Gli offrivo qualcosa da bere e subito me ne andavo. Questo per tre o quattro volte. Avevo anche cercato di spiegargli che “ajò” aveva un significato preciso, che era una specie di incitamento, un richiamo alla velocità, al coraggio e compagnia bella. Ma era stato inutile: “Hai una sigaretta, ajò?” Me la chiedeva sempre.
Poi un giorno me lo trovo al cinema, seduto vicino. Puzzava che era una meraviglia. E anche lì rideva senza motivo alcuno. In più, quando c’era una scena forte mi tirava delle gomitate.
E’ stato il culmine. A un certo punto, nel bel mezzo della proiezione, si è alzato dicendo che doveva andare in bagno. Il suo errore è stato quello di dirmelo. Di dirmelo ridendo.
L’ho seguito.
“Ajò, anche tu?” mi fa.
Gli ho piantato un coltello nella schiena. Poi gli ho riempito la bocca di carta igienica e gli ho infilato la testa dentro la tazza dove aveva appena pisciato.
Il finale del film era una schifezza, questo me lo ricordo ancora.
.........
Beh, visto che mi avanza un po’ di tempo, posso raccontarvi anche del bovaro. Magari vi può interessare.
Si chiamava Ermanno Giuale, ma questo l’ho saputo solo dopo, quando ho visto il suo nome nei giornali. Prima non sapevo neanche che esistesse. Forse l’avevo visto qualche altra volta, sempre lì alla fiera del bestiame, ma non potrei giurarci. L’anno scorso invece, nel mese di Aprile, il 27 per l’esattezza, ho fatto proprio la sua conoscenza. Però quel giorno disse di chiamarsi Antonio Pilledda.
Che furbo che eri, Antonio Pilledda, pure il nome falso!
Esponeva una bestia da 1400 chili, quasi due metri al garrese, proprio un bell’esemplare. La portava in passerella lui stesso.
Quel toro è quel che mi serve per migliorare la razza, mi dissi. E così mi infilai nelle chiamate all’asta, fino a svenarmi. Il furbo aveva i suoi complici che fecero salire il prezzo oltre il dovuto, fino a lasciare il cerino fra le mie dita. Ma non avevo acquistato altro e non potevo tornarmene a casa a mani vuote, avevo fatto un viaggio di duecento chilometri, ero lì fin dall’alba. E poi pensavo all’invidia che avrei provocato nel mio vicino di pascolo. Alla fine fui contento dell'acquisto, mandai a crepare l'avarizia.
Chiudemmo l’affare senza troppe discussioni, mi consegnò i documenti dell’animale e io staccai l’assegno.
“E’ tranquillo?”
“E’buono come un pezzo di pane” mi rispose.
“E’ tranquillo?” aggiunse poi, facendomi il verso con un sorrisetto del cazzo e annusando l’assegno.
“Come il tuo toro”, replicai.
Affittai un camion per il trasporto e pagai un autista del posto.
In effetti l’animale era proprio mansueto, lo caricammo senza difficoltà.
E anche quando lo liberammo nella tanca di Berrina di Sopra, continuò a restare tranquillo. Sembrava nato lì.
Ma il giorno dopo cominciò a correre come se si trovasse a un rodeo del Texas. Scalciò contro lo steccato del recinto fino a buttarlo giù. Riuscii a salvarmi per miracolo. Appena mi vide, mi puntò e venne furioso nella mia direzione. Per fortuna ero vicino alla stalla e trovai rifugio dietro una gabbia delle mucche. Vi rimasi per due ore, finché non arrivò il veterinario che ero riuscito a rintracciare con il telefono cellulare. Lo avvisai del pericolo e arrivò con una di quelle pistole che sparano aghi col sonnifero.
“E’ una bestia malata, ha qualcosa al cervello. Quando te l’hanno venduto, probabilmente era drogato.”
“Vuoi scherzare?”
“No, è proprio così, non ci resta che abbatterlo.”
In banca mi dissero che l’assegno era già stato incassato.
Ci ho impiegato quasi un anno a trovarlo. Ho girato per tutta l’isola, in lungo e in largo. Alla fine ho trovato l’informatore giusto, uno che mi ha dato le coordinate per rintracciare il tizio.
Era lì che azionava la sua mungitrice elettrica. Il rumore dei macchinari aveva coperto il rumore dei miei passi. Non si accorse di niente. Non so cosa abbia pensato quando ha sentito quella roba che gli penetrava nelle budella. Forse a una vacca impazzita. Invece erano le corna del suo toro. Gliele avevo segate. Erano l’arma della migliore vendetta.
Poiché era una testa pensante, pensò: devo pensare un pensiero importante.
E pensò: quasi quasi mi faccio un pisolino.
Si addormentò e poco dopo sognò.
Sognò di essere una testa pensante, tanto pensante che tutti gli chiedevano un pensiero.
Ma non gli veniva.
Si vide al centro della piazza, circondato da tutti quelli che aspettavano, e ce n’eran trentatre.
E tutti, proprio tutti e trentatre, ne chiedevano uno: uno, almeno uno per me.
Ma non gli veniva.
Si sforzò, si stancò. Finché la sua testa pensante non gli cadde da un lato.
E si addormentò.
Non sognò un bel nulla, lì al centro della piazza. Neppure i leoni del vecchio.
Poi la moglie lo svegliò: cosa ne pensi di questo e quest’altro?
Non lo so, rispose lui. Te lo dirò domani, ora sono un po’ stanco di pensare.